Pasolini: un delitto ancora in cerca d’autore. Ruby ter, Borsellino quater, Moro quinquies, Garlasco bis. In Italia il latino è una lingua vivissima nelle aule giudiziarie, dove serve a numerare processi che somigliano sempre più a serie televisive. Ora, nel cinquantunesimo anniversario della morte, arriva una nuova stagione del caso Pasolini, assassinato all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975. La Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo sul delitto. Ma per me, prima delle sentenze e dei sospetti, viene il ricordo di quella domenica. Ero di turno all’Ansa in quell’alba del 2 novembre. La prima notizia mi arrivò durante il consueto giro di telefonate dalla modernissima sala operativa del Comando generale dei Carabinieri, fortemente voluta dal capo di Stato maggiore, il generale Arnaldo Ferrara. Un uomo era stato trovato ucciso all’Idroscalo. Non sapevamo ancora che fosse Pier Paolo Pasolini. Fui tra i primi cronisti ad arrivare, con la mia Fiat 128, in quel lembo di litorale dove Roma sembrava aver depositato tutto ciò che preferiva non vedere: lamiere, baracche e odore di nafta. La miseria aveva il volto giovane dei ragazzi di vita. Lì, dove perfino il mare sembrava senza uscita, era stato ucciso l’uomo che aveva portato quei luoghi e quella lingua nella letteratura mondiale.
A trovare il corpo martoriato fu Maria Teresa Lollobrigida, una donna che in quello spiazzo, insieme al marito, stava costruendo una casa. Da lontano lo aveva scambiato per un mucchio di rifiuti. Delle fotografie di quella domenica mi commuove ancora un particolare: i sassi posati sui lembi del lenzuolo perché il vento non lo sollevasse. Era il Giorno dei Morti, Roma copriva di crisantemi il Verano e lì, per restituire dignità ad un defunto, ci si arrangiava con quello che offriva un campo da pallone. Lo riconobbe Ninetto Davoli, il ragazzo dal sorriso largo che Pasolini aveva lanciato accanto a Totò in Uccellacci e uccellini. Poi Ninetto andò verso via Eufrate, all’Eur, dove Pasolini viveva con sua madre. Nelle redazioni, intanto, a quel nome bisognava far seguire una qualifica: scrittore, poeta, regista. A un’agenzia di stampa servivano tutte e tre. A sua madre nessuna.
Pasolini aveva cinquantatre anni. A Roma aveva imparato ad ascoltare un’altra lingua, quella dei ragazzi che abitavano oltre l’ultima fermata del tram. Nei soprannomi, negli sfottò scambiati facendo il bagno nel Tevere, aveva trovato la materia di Ragazzi di vita, un romanzo nel quale molti italiani entrarono con la stessa cautela con cui avrebbero attraversato un quartiere malfamato. Comunista espulso dal partito, omosessuale in un’Italia dove bastava dirlo a mezza voce per liquidare un uomo, aveva girato Il Vangelo secondo Matteo, affidando alla madre la parte di Maria ai piedi della croce. Dalle colonne del Corriere della Sera guastava alla borghesia il piacere di contemplare un’Italia finalmente prospera. Mentre il Paese comprava automobili, case e elettrodomestici, lui si domandava quale fosse il prezzo di tanto benessere. I ragazzi cominciavano a parlare, a vestirsi e perfino a desiderare le stesse cose. Pochi mesi prima di morire, per raccontare il vuoto del potere in Italia, era partito dalla scomparsa delle lucciole.
Piero Ottone aveva messo la minigonna al Corriere, come si diceva allora. Fu lui, nel 1975, a dare spazio a quella stagione di confronti nella quale Pasolini e Giulio Andreotti rappresentavano due Italie difficilmente conciliabili. Lo scrittore denunciava un potere democristiano incapace di comprendere le trasformazioni del Paese; il Divo gli opponeva il riscatto dalla miseria, la ricostruzione e i risultati del Dopoguerra. Diciotto anni dopo, Andreotti tornò su quel confronto con un titolo insolito per lui: «Caro Pasolini ti chiedo ora le scuse per allora». Riconosceva di avere difeso i risultati della politica senza ascoltare abbastanza le ragioni della cultura. Andai a intervistare i ragazzetti di vita che avevano conosciuto Pasolini e si erano appartati con lui per poche lire. Se al mattino avevamo avuto bisogno di Ninetto per sapere chi fosse il morto, la sera avevo bisogno di loro per capire qualcosa del vivo.
Giuseppe Pelosi, diciassette anni, fu fermato al volante dell’Alfa Romeo del regista: sembrò sufficiente per chiudere una vicenda che il Paese aveva fretta di archiviare. Quei ragazzi avevano il vantaggio della consuetudine. Per loro Pier Paolo non era un intellettuale da convegni, era uno che poteva capitarti davanti la sera. Ricordo bene la frase che uno di loro buttò lì e che all’Ansa di quei tempi non si poteva scrivere. «A Pino li sordi de quello je piacevano e lo lasciava giocà. Ma Pino se sentiva maschio: se quello j’ha chiesto de più, nun c’è stato, sicuro». E poi c’è un particolare che raccontai soltanto a Franco Haver, il mio capocronista. Uno dei fratelli Signoracci, storica famiglia di preparatori dell’Istituto di medicina legale dell’Università, mi fece sbirciare l’autopsia. Da un angolo nascosto della sala settoria. Resistetti appena qualche minuto. Molti mesi dopo, di quel povero cadavere sfigurato ne discussi alla radio, a Chiamate Roma 3131, con l’irraggiungibile Oriana Fallaci. Secondo lei, Pasolini era stato giustiziato da un branco come vendetta politica.
Potessi riprendere oggi quella discussione, tornerei proprio sulla parola «giustiziato». Che qualcuno avesse aiutato Pelosi a colpire è un’ipotesi. Che qualcuno avesse deciso quella morte prima ancora che l’Alfa prendesse la via del mare è un sospetto diverso. Il 26 aprile 1976 il Tribunale per i minorenni di Roma, presieduto da Alfredo Carlo Moro, fratello dello statista, condannò Pelosi a nove anni, sette mesi e dieci giorni. «Omicidio volontario» scrissero i giudici, «in concorso con ignoti». In appello ‘gli ignoti’ uscirono dalla ricostruzione giudiziaria, ma la condanna rimase in piedi, così anche in Cassazione, che confermò la decisione nel 1979. Nel 1994 Pelosi ribadiva la propria responsabilità davanti a Franca Leosini, nella trasmissione Storie maledette. Il 7 maggio 2005 però, con la stessa giornalista, ritrattò e sostenne che non era lui l’omicida, ma tre sconosciuti dall’accento meridionale che avevano massacrato di botte il regista.
La pm Silvia Santucci ora ha affidato gli accertamenti ai carabinieri dopo l’istanza dell’avvocato Stefano Maccioni, al quale un appartenente alle forze dell’ordine in pensione avrebbe riferito circostanze della prima inchiesta. Pelosi entrato e uscito più volte dal carcere è morto per un tumore nel 2017. Restano le tracce di Dna, di cui parla il legale, sugli indumenti e su un plantare dell’Alfa e la vicenda delle bobine rubate di Salò. Nel 2022 la Commissione antimafia raccolse il racconto di Maurizio Abbatino, già uomo della Banda della Magliana, sul proprio coinvolgimento nella storia delle pellicole. Secondo Maccioni, qualcuno quella sera avrebbe attirato Pasolini all’Idroscalo promettendogli di restituirgliele.
Poi c’è Petrolio, il romanzo incompiuto, con la morte di Enrico Mattei e l’ascesa di Eugenio Cefis sullo sfondo. Sono piste da verificare, non risposte da dare per acquisite. La distanza tra le domande di allora e quelle di oggi colpisce: quella notte tutti volevano sapere con chi andasse Pasolini; mezzo secolo dopo ci si domanda che cosa stesse scrivendo. Benvenga allora il Pasolini bis, ogni delitto svelato è una verità guadagnata. A me resta un desiderio da vecchio cronista: ritrovare uno di quei ragazzi, che ormai sarà un uomo della mia età, e fargli la domanda che forse lasciai nel taccuino. Quando arrivava Pier Paolo e vi sedevate da qualche parte, di che cosa gli parlavi tu? Fra tanti che andarono a cercarli dopo il delitto, io per primo, Pasolini aveva avuto con loro una cortesia rara: era andato ad ascoltarli quando ancora non facevano notizia.
Luigi Bisignani per Il Tempo 8 novembre 2026
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