Millecinquecentonovantadue giorni di invasione, e l’ala nostalgica moscovita del giornalismo italico perfeziona l’arte di passare al microscopio le pagliuzze ignorando le travi. Si dibatte sulle “provocazioni” occidentali, si dosano equidistanze pelose salvo tacere cosa accade tra i ranghi dell’Armata Rossa, che ha valicato ogni regola del diritto di guerra per colpire deliberatamente civili inermi. È un accertamento controfirmato Onu e chi lo tace non è prudente, ma lavora perché non si sappia.
Il drone che sceglie le sue vittime
Si chiama V2U, e conviene guardarlo da vicino, perché il diavolo, qui, sta nei datasheet. Munizione loitering lanciata da catapulta, oltre 100 km di raggio nelle versioni a combustione interna, testata KOFZBCh-3 da 2,9 kg (carica cava, frammentazione, effetto incendiario): tre chili per polverizzare e incendiare uomini e cose. Il cervello è un modulo NVIDIA Jetson Orin montato su una scheda cinese; gli occhi, una camera da 14 megapixel, un telemetro laser e un LiDAR rivolto al suolo.
La navigazione non dipende dal satellite: monta un solo modulo GPS ma, accecati GPS e GLONASS dalla guerra elettronica ucraina, commuta sulla visione artificiale, confrontando le immagini con una mappa precaricata su un SSD da 128 gigabyte. Refrattario al jamming per progetto. Il modem ospita una SIM di un operatore ucraino: il velivolo parassita la rete telefonica del Paese che attacca.
Il punto dirimente è la delega. L’intelligence militare ucraina, che ne ha sezionato gli esemplari abbattuti (report del 9 giugno 2025), è lapidaria: il V2U “cerca e seleziona autonomamente i bersagli”. La catena identificazione-selezione-attacco si chiude a bordo, senza alcun uomo nell’anello a premere il grilletto. Ad aprile 2026 il CSIS afferma: Mosca ha “verosimilmente schierato in combattimento un sistema pienamente autonomo”, e lo impiega malgrado le vittime civili. Il codice viene riaddestrato ogni settimana; la produzione russa di droni a lungo raggio è salita a 30mila nel 2025, fino a 70 al giorno.
C’è di peggio dell’arma singola: lo sciame. I V2U operano in gruppi da due a sei, si riconoscono dai colori dipinti sulle ali, si dispongono in cerchio prima di picchiare, e se uno sparisce gli altri avviano manovre antiaeree: l’algoritmo deduce che un membro dello stormo è caduto. L’analista Serhii Beskrestnov, che ha ispezionato i relitti, ha documentato a Velykyi Burluk un attacco di sette V2U il cui bersaglio, scelto dalla macchina, non era un radar né un blindato: era un mercato, con i civili dentro.
Il 1° luglio 2026 la medesima architettura, sola camera e computer, nessuna antenna di controllo, è comparsa sul Molniya, un rozzo kamikaze in compensato prodotto in massa a costo irrisorio: l’autonomia che sul V2U era artigianato d’élite migra su una piattaforma usa e getta, e già il 3 luglio se ne segnalava il dispiegamento massiccio a Zaporizhzhia. Una dottrina che si propaga verso il basso.
Il safari umano di Kherson
Se il V2U è il futuro prossimo, Kherson è il presente conclamato. Dal luglio 2024 gli operatori russi danno la caccia agli abitanti con droni FPV: non postazioni, non corazzati, ma pedoni, ciclisti, anziani, un uomo che esce in cortile ad accendere una sigaretta. Li inseguono, li filmano, li colpiscono, poi caricano i video su Telegram con didascalie truculente. Un sanitario ascoltato dall’Onu lo dice senza perifrasi: braccano i civili come in un safari, li fanno esplodere come in un videogioco.
Il metodo ha una firma, il “double tap”: un primo colpo, poi un secondo mirato sui soccorritori accorsi, con ambulanze incendiate perché nessuno presti aiuto. Il 28 maggio 2025 la Commissione d’inchiesta dell’Onu ha nominato la cosa per ciò che è: crimine contro l’umanità, omicidio sistematico e pianificato, elevato a politica di Stato.
Ora sovrapponete i due piani. Il double tap, finora affidato a un uomo che fissa uno schermo, il V2U lo delega a un algoritmo che non si stanca, non prova pietà, non conosce accidia. Il salto è ontologico.
Il resto è cronaca che attende solo di essere scritta. Sappiamo cosa fa la Russia: è sezionato, filmato, controfirmato. Resta da capire perché tanti, potendo riferirlo, preferiscano voltarsi. L’orrore vero non chiede di essere interpretato. Chiede solo di non essere taciuto.
Giulio Galetti, 12 luglio 2026
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