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“Perché Draghi non è come Bettino Craxi”

Stefania Craxi ricorda papà Bettino nel ventiduesimo anniversario della morte del leader socialista

draghi Bettino Craxi

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di Salvatore Di Bartolo

Il 19 gennaio del 2000, poco più di un mese prima di compiere sessantasei anni, Bettino Craxi si spegneva nella sua casa di Hammamet stroncato da un arresto cardiaco. Con la sua scomparsa il Paese perdeva una figura di prim’ordine dell’Italia repubblicana, un leader politico lungimirante e carismatico, un personaggio capace di dividere, anche a distanza di più di due decenni dalla sua scomparsa, ma anche di unire e riuscire nell’ardua impresa di affrancare il suo Psi da un’eterna subalternità al Pci e condurlo a livelli di autonomia e di consenso neppure immaginabili prima e mai più raggiunti dopo di lui.

Perché nella storia del Psi, e più in generale della sinistra italiana, esiste un prima ed un dopo Craxi. Perché Bettino fu il solo in grado di avviare un processo di modernizzazione di una sinistra fino a quel momento troppo legata all’ideologia sovietica conducendola nei gangli del liberalismo. Perché l’idea craxiana di una sinistra moderna, liberale e riformista fu definitivamente accantonata dopo l’uscita di scena di Craxi ed il conseguente crollo della Prima Repubblica.

In occasione del ventiduesimo anniversario della sua scomparsa, abbiamo voluto ricordarlo con un’intervista alla primogenita Stefania, senatore di Forza Italia e Fondatore della Fondazione Craxi, ente sorto all’indomani della scomparsa del segretario del Psi con lo scopo di tutelarne la personalità e di preservare i valori del socialismo riformista.

Esattamente un anno fa Giuseppe Conte rassegnava le dimissioni da presidente del Consiglio per fare spazio a Mario Draghi. In questi mesi l’ex numero uno della Bce è stato più volte paragonato a Bettino Craxi per il suo decisionismo. Il Draghi politico le ricorda un po’ suo padre?

Capisco che gli accostamenti tra personalità destino una certa curiosità ma è un esercizio spesso fuorviante. Lo è ancor più in questo caso, non solo perché parliamo di periodi e contingenze profondamente diverse ma di due uomini la cui biografia, eccezion fatta per il ruolo di presidente del Consiglio che li accomuna, non ha punti di contatto. Sono storie totalmente diverse, da cima a fondo. Craxi era un uomo tutto politico, il presidente Draghi ha tutt’altro cursus honorum

A proposito di Mario Draghi, la nascita del suo governo è coincisa nel nostro Paese con un’inversione di rotta sul tema giustizia. Tra riforma Cartabia e referendum si va verso una nuova stagione garantista?

La riforma Cartabia nasce come necessità per accedere alle risorse del Recovery ed è il massimo che si potesse ottenere con questa maggioranza policroma che, specie sul tema della giustizia, non ha punti di contatto. La riforma ha il merito indubbio di introdurre dei correttivi alle storture del sistema aggravate anche dai precedenti interventi legislativi ma non affronta – perché non poteva onestamente farlo – alcuni punti essenziali della questione giustizia. Il referendum sarà per questo fondamentale e restituirà una spinta per interventi più radicali. Pensiamo al tema della separazione delle carriere o alla stessa composizione del Csm. Al di là di tutto, spero che non si potrà ancora una volta ignorare il sentimento popolare…

Tra pochi giorni si aprirà la corsa per la successione di Sergio Mattarella. Proprio Draghi sembra essere il grande favorito per diventare il nuovo inquilino del Quirinale. E con la sua possibile elezione torna d’attualità il tema del presidenzialismo. Craxi ne parlava già quarant’anni fa…

Ciò dimostra tanto la sua lungimiranza quanto il ritardo del Paese. Da anni siamo preda di una crisi politico-istituzionale continua che richiederebbe una profonda revisione degli assetti istituzionali. L’Italia si è avviata da tempo verso un modello presidenziale, come dimostra l’esperienza degli ultimi decenni con l’interpretazione sempre più estensiva delle competenze del Capo dello Stato… Diciamo che da Cossiga in poi è stato tutto un crescendo rossiniano senza che nessuno però prenda veramente atto della necessità di aggiornare il dettato costituzionale. Costituzione materiale e costituzione formale contrastano fortemente e si aprono così ampi spazi di arbitrio che danno luogo a derive democratiche…

Tra i papabili per la corsa al Colle ci sarebbero, tra gli altri, anche Silvio Berlusconi e Giuliano Amato, due profili strettamente legati a Bettino Craxi. Chi dei due avrebbe più chance di spuntarla?

Siamo in presenza anche qui di storie e figure diverse, percepite in modo opposto dal Paese e dagli stessi “grandi elettori”… non mi avventuro in quotazioni che lasciano il tempo che trovano. Diciamo che Berlusconi ha una base elettorale visibile e solida che gli consentirebbe almeno sulla carta di ambire alla carica.