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Perché i governi non amano gli investimenti

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L’Italia è entrata tecnicamente in recessione. Ma tutti dispongono di una soluzione miracolosa a portata di mano: aumentare gli investimenti. Lo dicono a destra come a sinistra, al bar di Lumezzane come nel salotto di Sorrentino. L’opposizione si lamenta della mancanza di investimenti pubblici previsti dalla Finanziaria (vero) e dal rallentamento di quelli già previsti, come ad esempio la Tav (ultravero). Ma i governi precedenti possono fare i fenomeni? Ieri il centro studi Impresa Lavoro, elaborando dati Eurostat, ha dimostrato come dal 2009 al 2017 gli investimenti pubblici siano diminuiti di 20 miliardi di euro, per di più su una torta che era già striminzita. Si è passati da 54 miliardi del 2009 ai 34 del 2017. La spesa pubblica per investimenti è dunque calata di 2,5 miliardi l’anno. Complimenti. Nel frattempo la spesa corrente invece è sempre salita. La spesa pubblica italiana (corrente, investimenti e servizio debito pubblico) è cresciuta in dieci anni di 145 miliardi. E non certo, come abbiamo visto, per il costo di investimenti, sui quali invece abbiamo tirato la cinghia.

Per quale motivo i politici chiedono sempre maggiori investimenti pubblici e poi quanto tocca a loro governare non lo fanno? Perché se bastasse investire per crescere, i politici di ogni colore non si sono comportati di conseguenza?

1. Facciamo una premessa sul luogo comune che vede gli investimenti pubblici comunque una cosa buona e giusta. Siccome Keynes è morto, ma sulle sue idee, purtroppo, si è formata una generazione di economisti e nulla è più resistente di un’idea sbagliata ma semplice, oggi tutti ritengono che investire un euro sia sempre positivo. Come un imprenditore privato sa bene la risposta giusta è: “dipende”. Un investimento è buono se rende più di quanto è costato. Scavare buche per riempirle, rende nulla e dunque pessimo. Con i soldi spesi per questo sciocco investimento cosa si sarebbe potuto fare di meglio? E poiché gli investimenti pubblici sono per definizione realizzati con soldi privati (quelli ritirati dalle tasche dei cittadini), siamo così certi che il decisore pubblico sappia meglio di un privato come spendere i soldi guadagnati o risparmiati da quest’ultimo?

2. Dato per scontato che, lo diceva anche Adam Smith, alcune opere pubbliche debbono essere a carico della collettività, oggi è però abbastanza pacifico che in Italia ci sia un deficit di investimenti pubblici, soprattutto in relazione a quanto spendiamo per spesa corrente. La male intesa idea di Keynes si allinea dunque con un frangente economico per la quale potrebbe forse essere utile.

3. Resta da capire perché i politici che governano non investano. E il motivo è abbastanza semplice. Gli investimenti pubblici, nel bene e nel male, hanno un forte costo oggi, ma i loro risultati arrivano domani. La giunta Albertini ha deciso di fare i grattacieli a Milano, quella Moratti di realizzare l’Expo. Entrambe le giunte si sono battute contro l’opinione di molti: a godere di questi investimenti, non solo materiali, ma anche di patrimonio politico, sono state poi per paradosso quelle giunte che sono venute dopo e che non avrebbero tagliato neanche un filo d’erba. Il fenomeno dei cosiddetti “lag temporali” è tutto qua: chi gode degli investimenti nel normale ciclo politico, non coinciderà con chi li ha deliberati. E vale anche viceversa, se l’investimento non dovesse dare i risultati sperati.

4. Non è un caso dunque che questo governo e il passato (non sono ovviamente gli unici) abbiano preferito la spesa corrente. Otto miliardi per gli 80 euro e otto miliardi per il reddito di cittadinanza (indipendentemente da come la pensiate e dal loro impatto sul Pil) dispiegano il proprio effetto immediatamente. Non appena i beneficiari ricevano il beneficio monetario. Altro che investimenti.

5. A ciò si aggiunga un ulteriore effetto politicamente positivo rispetto ad un tipico investimento pubblico e cioè il fatto che il beneficio sia molto visibile, immediatamente percepibile, corrisposto a scadenze fisse e ravvicinate e soprattutto rivolto a milioni di beneficiari. Un tunnel o un’autostrada o una pista di aeroporto portano benefici a milioni di persone, ma dopo anni, in modo indiretto e sempre di difficile quantificazione.

6. In economia politica c’è una regola non scritta che bisogna tenere bene a mente: è molto più rilevante quel poco di visibile che si fa subito, che il molto invisibile che si fa nel tempo. Meglio sussidiare un’impresa decotta, che mettere in condizione una serie di imprese di non fallire perché si sono costruite infrastrutture materiali e immateriali che hanno migliorato le condizioni di mercato.

Ecco perché tutti i politici si riempiono la bocca della parola investimenti, ma alla fine sognano di darvi qui e subito una pagnotta.

Nicola Porro, Il Giornale 2 febbraio 2019