Scuola

Perché l’Italia sta dicendo addio alla sua cultura

Greco, latino e filosofia arretrano davanti alle esigenze del mercato. Ma rinunciare alla cultura significa formare esecutori efficienti, non individui liberi

I dati sulle iscrizioni scolastiche ci offrono un’istantanea di una tendenza impietosa: i licei umanistici, con il Classico in testa, stanno subendo un vero e proprio tracollo a favore degli istituti tecnici. Non giriamoci troppo intorno: non è certo una scelta di modernità, è una capitolazione culturale. È il chiaro trionfo di una società che ha elevato il “fare materiale” a dogma assoluto, declassando il pensiero a perdita di tempo. Se potesse vederci, la buonanima di René Descartes aggiornerebbe il suo manifesto in un agghiacciante e robotico: “Facio ergo sum”. Vali solo se produci, vali solo se esegui. Siamo passati dall’Homo sapiens all’Homo faber e lo stiamo pure festeggiando come un progresso.

Non per nulla spesso e volentieri la prima domanda che ci fanno è: “sei operativo?”. Una domanda che ti fai prima di qualsiasi azione da compiere è: “cosa me ne viene?”. Mi verrebbe da dire “cui prodest?” e molti non capirebbero. Ma in questo deserto culturale emerge la voce di Ágnes Heller, una delle più lucide e graffianti pensatrici del ’900 esponente della “Scuola di Budapest”’che suona come un bel ceffone a tutta l’ideologia del profitto immediato. Nel suo libro “Solo se sono libera”, la Heller lancia una provocazione che oggi molti considererebbero pura eresia: «A scuola si dovrebbero insegnare proprio quelle discipline apparentemente “inutili” — come il greco, il latino, la matematica e la filosofia — poiché offrono un bagaglio formativo con cui si può fare tutto, contrapponendosi al sapere meramente utilitaristico che permette invece di compiere solo alcune piccole cose».

Il dramma dell’istruzione contemporanea è che è convinta di poter dare agli studenti la chiave del successo senza capire che è la via più rapida per l’obsolescenza umana. Il sapere iper-tecnico e utilitaristico fa esattamente questo: ti addestra a fare una piccola cosa. Ti trasforma nell’ingranaggio perfetto di una macchina che sa compiere una determinata azione. Ce ne stiamo rendendo conto ora che l’intelligenza artificiale impara a fare quella singola azione meglio e più velocemente di noi. Resti un analfabeta specialistico, incapace di reinventarsi.

Le discipline che la società liquida bolla arrogantemente come “inutili” – la complessità della sintassi greca, il rigore della logica filosofica, l’astrazione matematica – fanno l’esatto contrario. Non ti insegnano un determinato mestiere ma sono una palestra mentale disinteressata che costruisce una struttura flessibile, autonoma e critica. Con quel bagaglio in spalla, non subisci il futuro: lo crei! Svalutare i licei umanistici per rincorrere i bisogni momentanei del mercato non è pragmatismo è miopia, ottusità! Una società che sa solo “fare” ma non sa più “pensare” è una società manipolabile, incapace di produrre vera innovazione e destinata al declino culturale.

La cultura non è l’ornamento di chi non ha voglia di lavorare. La cultura è l’unico vero vaccino contro il conformismo, l’omologazione e la sottomissione economica. Dopotutto, il titolo dell’opera della Heller parla chiaro: siamo umani solo se siamo liberi e non c’è libertà senza il coraggio di rivendicare la sublime, immensa utilità dell’inutile.

Vincenzo Mangione, 7 novembre 2026

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