Mister Roberto Mancini, commissario tecnico della Nazionale italiana, si è presentato alla stampa. Quella stampa che attendeva questo momento da tre anni. E quindi, il rischio che a tenere banco in conferenza stampa fosse una domanda sola è stato scongiurato dal presidente Giovanni Malagò, che lo ha invitato a dare la sua spiegazione sulla “fuga” prima di passare al resto delle domande dei giornalisti.
Mister Mancini è stato chiaro, senza sconti verso se stesso. “Riguardo alla mia vicenda di tre anni fa, allora forse ci fu una mancanza di comunicazione con il presidente Gravina. Se ci fossimo parlati a quattr’occhi sarebbe cambiato tutto. Sono molto dispiaciuto, per me la maglia della Nazionale è sempre stata molto importante, è come quando un innamorato perde la donna della sua vita. Vuol dire che hai fatto degli errori, hai fatto qualcosa che non andava fatto. Mi dispiace per quello che è successo, ma la sorte mi dà la possibilità di potermi rifare e cercherò di portare la Nazionale dove merita”. Parole pesate, dette senza arroganza. E che meritano una riflessione altrettanto onesta.
Quello che è successo tre anni fa
Il 13 agosto 2023 Mancini si dimise da CT azzurro con una comunicazione scritta, mentre la Federazione lo aveva appena confermato coordinatore delle rappresentative giovanili. Nessun faccia a faccia, nessun confronto vero con Gravina: solo una lettera e la notizia che, nel giro di pochi giorni, sarebbe diventato il commissario tecnico dell’Arabia Saudita con un ingaggio semplicemente fuori scala per il calcio internazionale. Fu, va detto con chiarezza, un modo di lasciare l’Italia che non piacque a nessuno: né ai tifosi, né agli addetti ai lavori, né, probabilmente, allo stesso Mancini, a giudicare da come ne parla oggi.
Tre anni fa tutti giudicarono quella scelta con severità. Non era il modo in cui un commissario tecnico, per giunta reduce da un Europeo vinto e ancora legato a un contratto con la Nazionale, avrebbe dovuto lasciare la squadra del proprio Paese. Un errore di comunicazione, come lo definisce oggi lui stesso; un errore, punto. Perché oggi la linea deve cambiare Ma tre anni sono passati e in questi tre anni sono cambiate diverse cose: è cambiata la Nazionale, che ha attraversato una fase difficile; è cambiato il gruppo dirigente della Federazione, ora guidato da Malagò; e, a sentire le sue parole, è cambiato anche lui.
Mancini, in conferenza stampa, non ha cercato scuse, non ha minimizzato. Ha detto semplicemente: ho sbagliato, ma ho la fortuna di potermi rifare. È l’ammissione più netta che si potesse chiedere a un allenatore nella sua posizione.
E lo ha ribadito, togliendo ogni ambiguità sulle responsabilità, ma anche annunciando che la questione con il suo predecessore è ormai chiusa: “Io e Gravina? La responsabilità è totalmente mia, ma con Gravina ci siamo già chiariti”. Un passaggio che vale quanto e più delle scuse: se i due protagonisti diretti di quella frattura hanno fatto pace, viene meno anche l’ultimo argomento di chi vorrebbe continuare a processare Mancini in nome di torti altrui. E allora la domanda vera, oggi, non è più: “Mancini ha sbagliato tre anni fa?”. La risposta è sì, e lo ha detto lui stesso meglio di chiunque altro. La domanda vera è un’altra: ha senso continuare a processarlo, o è arrivato il momento di guardare avanti?
È arrivato il momento di guardare avanti. Non per buonismo, non per smemoratezza selettiva, ma perché il calcio, come la vita, concede raramente seconde occasioni così chiare e perché la Nazionale ha bisogno di ricompattarsi attorno a un progetto, non di continuare a litigare sul passato. Mancini ha già pagato, in termini di credibilità e di critiche, l’errore di tre anni fa. Oggi ha un’altra opportunità e sta a lui dimostrare di meritarla sul campo.
Il Paese ha bisogno di sognare, non di processare
L’Italia non gioca un Mondiale dal 2014. Tre qualificazioni mancate consecutive, un’onta che nessun tifoso ha dimenticato e che nessun trionfo europeo, per quanto bello, ha realmente cancellato. È in questo contesto che torna Mancini: l’uomo che nel 2021 riportò gli azzurri sul tetto d’Europa, l’unico vero acuto degli ultimi anni. Ed è lui stesso, del resto, a indicare la strada per farsi perdonare, non a parole ma sul campo: “Spero ripartiremo dal buono che avevamo fatto. Spero che giocheremo talmente bene che i tifosi mi perdonino”.
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Non chiede assoluzioni gratuite, Mancini: chiede il tempo e l’occasione per riguadagnarsele con i risultati. È esattamente l’atteggiamento che ci si può augurare da chi torna a guidare la Nazionale. Si può discutere all’infinito sui modi in cui se ne andò. Non si può negare che oggi rappresenti, con Ranieri al suo fianco come direttore tecnico, la scommessa più credibile per riportare l’Italia dove merita di stare: ai Mondiali, protagonista, non spettatrice.
I tifosi hanno tutto il diritto di ricordare. Ma hanno anche il dovere di scegliere: continuare a rivangare una ferita che lo stesso Mancini ha riconosciuto come propria oppure stringersi attorno alla squadra e provare, ancora una volta, a sognare insieme a lui. La maglia azzurra ha bisogno di essere vissuta con questo spirito: quello di chi vuole tornare a gioire, non di chi vuole continuare a processare. Buon lavoro, Mancio. Da qui in avanti ti deve giudicare solo il campo.
Ivan Mazzoletti, 30 luglio 2026
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