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Mancini o non Mancini, aggrappiamoci a Sir Claudio

Malagò cambia tutto dopo il caos federale: non è la rivoluzione sognata, però...

Roberto Mancini e Claudio Ranieri
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L’Italia del calcio continua a vivere giorni di impetuosa tempesta, mesi dopo l’ennesima figuraccia della terza esclusione consecutiva dai Mondiali. Il destino della nazionale azzurra è ora in mano a Giovanni Malagò, arrivato dopo Gabriele Gravina che, nonostante la débâcle totale del suo modello, aveva avuto l’ardire di provare a incollarsi alla poltrona.

Per Malagò non servono presentazioni: proveniente da anni di successi al Coni e dall’organizzazione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, può davvero essere l’uomo giusto per la resurrezione. La sua capacità di fare da ponte con le istituzioni e di portare a casa risultati strepitosi (basti pensare ai record di medaglie olimpiche conquistati dalle spedizioni italiane sia alle Olimpiadi estive che a quelle invernali) è un elemento che il calcio italiano ha bisogno di sfruttare.

Trovato il nuovo presidente, è partito il toto-allenatore: si è tentato di portare in azzurro addirittura Pep Guardiola. Le speranze nazionali si sono però arenate tra le necessità del genio del tiki-taka, che ha chiesto un contratto da 20 milioni. Saluti e baci. E così Paolo Maldini e Leonardo, nominati da pochi giorni al vertice tecnico del Club Italia, si sono messi alla ricerca di un altro nome. Toh, trovato subito: l’amico Andrea Pirlo.

Ora, benché sul Pirlo calciatore ci sia poco da discutere, il Pirlo allenatore certamente non ha brillato. Ma la decisione dei dirigenti era presa. Eppure si ferma tutto: Giovanni Malagò blocca la candidatura del Maestro a causa dei suoi passati legami commerciali con la società di scommesse russa Fonbet. Un’uscita di scena clamorosa e assurda, dopo poche ore dall’annuncio sui quotidiani, che ha lasciato la Federazione in pieno caos e ha riaperto tutte le ferite di un movimento che da troppi anni non riesce a ritrovare la strada. Con Pirlo alla porta, anche Maldini e Leonardo, che lo avevano selezionato, salutano la Nazionale.

Giunti a questo scenario di instabilità, la scelta di Malagò è stata netta. E così Roberto Mancini torna sulla panchina azzurra per la seconda volta. Mancini non è una novità: è lo stesso allenatore che, dopo il fallimento di Giampiero Ventura nelle qualificazioni ai Mondiali contro la Svezia, aveva comunque costruito la squadra capace di vincere gli Europei del 2021 con un progetto notevole che aveva saputo dare identità e risultati, tanto da portare anche il record di imbattibilità, superato solo pochi giorni fa dalla Spagna campione del mondo.

Il punto, però, è che Mancini, lo stesso uomo del destino che ci fece alzare la coppa a Wembley in faccia agli inglesi, bucò la qualificazione ai Mondiali proprio come il suo predecessore, a Palermo contro la Macedonia. Ma, dopo i gravi tumulti e i danni d’immagine per l’organizzazione, la scelta di questi giorni è stata necessaria. E così, a distanza di anni e dopo un altro fallimento mondiale, il ritorno del Mancio odora di una madeleine scaldata in microonde, ma ha anche il gusto di una nuova scommessa e della voglia di ripercorrere lo stesso sogno del 2021.

Ma la vera chicca è un’altra: al fianco di Mancini, come direttore tecnico e presidente del Club Italia, arriva Claudio Ranieri. Una scelta di equilibrio e di esperienza. Ranieri non è certo un rivoluzionario; è però un allenatore strepitoso e un uomo di calcio che ha dimostrato, in più occasioni, di saper costruire progetti solidi partendo anche con lo sfavore dei pronostici. Di recente le salvezze a Cagliari; andando indietro nel tempo, lo storico, straordinario e irripetibile trionfo del Leicester in Premier League.

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In un momento in cui la Nazionale ha bisogno di stabilità più che di annunci, la sua presenza può rappresentare un porto sicuro nel quale tappare i buchi della nave prima di ripartire. Un punto di riferimento capace di dare continuità al lavoro di Mancini e di creare le condizioni per nuove conquiste, senza le scorciatoie personalistiche che negli ultimi anni hanno portato solo delusioni.

Il cammino è in salita. Tre esclusioni mondiali consecutive erano impensabili, ma sono arrivate. La quarta sarebbe la fine del calcio italiano, in un Paese che ormai guarda sempre di più altri sport al posto di questi “ragazzini viziati”, giustamente. Mancini-Ranieri non è la rivoluzione totale che tanti sognavano, ma è un tentativo concreto di fermare l’emorragia e di ricostruire. Gli Azzurri hanno bisogno di risultati, di fiducia e di qualche nuovo innesto geniale nella squadra. La carenza di materia prima è evidente. Bisogna ripartire con umiltà, forse per questo Sir Claudio può essere la scelta giusta.

Alessandro Bonelli, 29 luglio 2026

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