Piangono più Soleimani dei 176 civili dell’aereo

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Scusate, ma sta passando come acqua fresca una distonia morale troppo colossale, per non essere segnalata. Visto che non lo faranno i media mainstream, che anzi sono i primi responsabili del cortocircuito, ci proviamo qui, nel nostro piccolo orgogliosi di essere stati, con Michael Sfaradi, tra i primi ad annotare una serie di elementi che sembravano portare a una conclusione: il Boeing 737 della Ukraine International Airlines è stato abbattuto da un missile iraniano.

Nel frattempo, è emerso che così risulta “secondo numerose fonti di intelligence” al premier canadese Justin Trudeau (63 delle 176 vittime erano suoi compatrioti), a quello britannico Boris Johnson che parla di “numerose informazioni” in suo possesso e anche al presidente americano Donald Trump, che ha sciorinato un più allusivo “qualcuno potrebbe aver commesso un errore…”. Nelle ultime ore, fonti del Pentagono, dei servizi Usa e anche di quelli iracheni hanno confermato la versione. Gli ayatollah negano, evocano complottisimi plutocratici, invitano ma solo dopo giorni i tecnici della Boeing a partecipare alle indagini, continuano a rifiutarsi di condividere la scatola nera.

Mettiamolo nella formulazione iper-prudente: è tesi altamente verosimile, e sostenuta dalle principali intelligence occidentali (oltre che supportata da un video pubblicato dal non certo trumpiano New York Times) che il Boeing ucraino sia stato incenerito da un missile anti-aereo sparato dagli iraniani perché convinti di essere in presenza di un attacco aereo americano. Esito: 176 morti. 176 civili, 176 innocenti, 176 persone saltate in aria senza un perché. A parti invertite, se ci fosse anche solo il vago sospetto che gli americani avessero compiuto un misfatto del genere, avremmo marce per la Pace e contro l’imperialismo yankee ovunque, editorialoni sull’arroganza criminale dei cowboy, richieste da destra e sinistra (l’antiamericanismo rimane uno dei pochi tratti trasversali della classe pseudodirigente nostrana) di abbandono della Nato, speciali televisivi sulla dinamica. Invece, l’isteria politically correct che da tempo ha sostituito nel Belpaese qualsiasi parvenza di dibattito pubblico, continua ad essere più perplessa, infastidita, fondamentalmente scandalizzata dall’uccisione del boia islamico Soleimani, che dall’evidenza sempre più concreta di 176 civili (metteteli in fila, 176 cadaveri) polverizzati per niente dalla teocrazia di Teheran.

Per giorni hanno annunciato la Terza Guerra Mondiale come ineluttabile conseguenza della scelta di Trump, hanno seminato scetticismo sul diritto del comandante in capo del mondo libero a difendere il mondo libero medesimo, strillato sulla sua pazzia guerrafondaia per un raid mirato con i droni e vergato apologie neanche troppo mascherate del generalissimo, battezzato “martire” non solo su Corriere e Repubblica ma persino sulla tivù di Stato della Rai (e parliamo di un massacratore di popoli, tra cui il suo, ed esportatore globale di terrorismo). Articoli, servizi, prese di posizione giornalistiche, politiche, intellettuali che chiedano conto al regime iraniano di quell’aereo, di quei cadaveri, di quelle vite spezzate a cascata (i famigliari prima di tutto), di quel dolore gratuito? Zero. Stanno ancora lì a questionare sulla legittimità di farla finita con quel brav’uomo di Soleimani, alfiere della forzata islamizzazione sciita del Medio Oriente.

È l’odio di sé, della propria cultura e della propria fetta di mondo, e l’apertura indiscriminata all’altro, anche quando totalitario. Non finirà bene.

Giovanni Sallusti, 10 gennaio 2020

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