Politica

Piantedosi e Claudia Conte, chi se ne frega. Ma ai politici do un consiglio

Il caso della "relazione" tra il ministro e la giornalista alimenta le polemiche. Poca roba. Però durante la Prima Repubblica...

Claudia Conte e Piantedosi Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Che Matteo Piantedosi abbia una relazione con Claudia Conte, la cui natura peraltro non è ancora del tutto chiara, non essendosi il ministro ancora espresso, è una questione di cui deve eventualmente rendere conto a sua moglie, non al Paese, al Parlamento o all’opinione pubblica. La politica, d’altronde, non è un tribunale dei sentimenti.

Non è questo, pertanto, lo scandalo.

La vicenda, nei suoi contorni, appare piuttosto lineare: Claudia Conte, giornalista e organizzatrice di eventi, ha affermato di avere una relazione col titolare del Viminale in un’intervista rilasciata nelle scorse ore a Money.it. Poco più di un mese prima, il 12 febbraio, secondo quanto riportato da diversi organi di stampa, era stata nominata consulente — a titolo gratuito e part time — della Commissione parlamentare sulle periferie presieduta dal forzista Alessandro Battilocchio. Tutto formalmente corretto: due candidature, due incarichi. Anche le collaborazioni come moderatrice di eventi, spesso richiamate in queste ore, sembrano essere di entità modesta: parliamo di compensi nell’ordine dei 200 euro lordi. Nulla che, di per sé, possa sostenere una polemica seria.

Il nodo, dunque, non sono i presunti incarichi affidati alla donna e non è la relazione in sè, ma il modo in cui questa viene gestita o, più precisamente, il modo in cui sfugge di mano e finisce per intrecciarsi con la dimensione pubblica.

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I politici della Prima Repubblica, con tutti i loro difetti, seguivano almeno una regola non scritta: separare. Le relazioni extraconiugali si gestivano alla “vecchia maniera” — discrezione assoluta, appartamenti riservati, regali anche vistosi — ma restavano fuori dai palazzi. Non entravano nelle commissioni, non orbitavano attorno alle istituzioni, non diventavano figure pubbliche collegate, anche solo indirettamente, al potere politico.

D’altra parte, quelle che allora si chiamavano “gentili signore” avevano una qualità oggi rarissima: la consapevolezza del proprio ruolo. Non cercavano visibilità, non rilasciavano interviste, non trasformavano una relazione in un’occasione mediatica. Sapevano che l’esposizione era un rischio, non un’opportunità — e che da quel rischio dipendeva la sopravvivenza stessa dell’equilibrio costruito.

Oggi questo equilibrio sembra saltato.

Una relazione privata entra nel circuito mediatico, viene evocata pubblicamente, si intreccia — anche solo per coincidenza temporale — con una nomina in un organismo parlamentare e finisce inevitabilmente sotto la lente dei giornali. Non perché vi sia necessariamente un illecito, ma perché si crea un cortocircuito tra ciò che dovrebbe restare separato.

E quando quel cortocircuito si genera, il problema non è più morale: è politico. Significa che il controllo è venuto meno: una vicenda privata può diventare materia pubblica senza filtri, senza protezioni, senza quella distanza che il ruolo imporrebbe. Qui sta il punto: non in una colpa, ma in una leggerezza. Piantedosi – se così stanno le cose – non sarebbe né il primo e né l’ultimo a inciampare su questo terreno. Ma proprio per questo bisognerebbe ricordare alla nostra classe politica una lezione antica, forse poco elegante ma terribilmente efficace: certe cose, in politica, si tengono separate. Sempre.

La Prima Repubblica, con tutti i suoi vizi, aveva almeno questa disciplina. Non era moralità, era istinto di sopravvivenza. Oggi si è perso anche questo, esponendo le istituzioni a dinamiche personali che non dovrebbero nemmeno sfiorarle. La conclusione, per quanto brutale, è semplice: le relazioni private restino tali. Sempre. Senza eccezioni, senza zone grigie, senza tentazioni di visibilità.

Fuori dai palazzi, fuori dalle commissioni, fuori dalla sfera pubblica. Perché il potere, sia chiaro, si misura anche — e soprattutto — da questo: dalla capacità di tenere separate le cose. In altre parole, il consiglio — non richiesto — da rivolgere alla nostra classe politica è uno solo: gestite la vostra vita privata come meglio credete; riempite pure le vostre amanti di regali o di attenzioni, se lo ritenete opportuno. Ma lasciatele fuori dai palazzi.

Salvatore Di Bartolo, 2 aprile 2026

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