L’inchiesta giornalistica non ha da essere un’arma, ma un metodo professionale. Si fonda sui fatti, sul riscontro, sulla verifica ostinata di ogni fonte. Quando il metodo evapora, ciò che resta non è più giornalismo. Siamo di fronte a una tesi o peggio a un teorema che si fonda sul simulacro di verità confezionato ad arte per colpire. Il caso che oppone Giuseppe Cipriani al Fatto Quotidiano è, sotto questo profilo, paradigmatico.
MACCHINA E BERSAGLIO
Oltre cinquanta articoli. Una cadenza martellante, quasi quotidiana, anche 4 articoli al dí, tutti convergenti su un unico obiettivo: demolire la legittimità della grazia concessa a Nicole Minetti e, con essa, la reputazione del suo compagno. L’allestimento metodico di un plotone d’esecuzione mediatico, alimentato da testimonianze riferite, fonti che restano nell’ombra, una massaggiatrice intervistata e issata a prova dirimente. Vi è poi la tecnica più callida: l’accostamento. Articoli che evocano Jeffrey Epstein, Harvey Weinstein, nel 1992, una vecchia causa civile newyorkese chiusa nel 2021 con una transazione riservata e senza alcuna ammissione di colpa, riesumata per comporre, tassello su tassello, un ritratto infamante. La colpa per contiguità, l’insinuazione al posto della prova.
QUANDO L’ISTITUZIONE SMENTISCE
La risposta, almeno parziale, è arrivata. Dopo gli approfondimenti sollecitati dal Quirinale, la Procura generale di Milano ha riconfermato il parere favorevole alla grazia, rilevando che le notizie pubblicate non corrispondevano al vero. Tradotto senza eufemismi: l’istituzione che avrebbe dovuto avvalorare l’inchiesta l’ha invece destituita di fondamento. Il Fatto, tetragono, ribatte di aver smentito “punto per punto” il parere e denuncia il paradosso di una Procura chiamata a giudicare se stessa. Obiezione legittima, ma resta un’asimmetria ferina: una reputazione si distrugge in pochi giorni e non si ricostruisce che in molti anni. Lo sappiamo, in questo Paese, almeno dai tempi di Enzo Tortora.
LA FILIERA
Qui sta l’aspetto più incisivo della diffida partita da New York, dallo studio Reinhardt Savic Foley. Non colpisce un singolo firmatario: investe l’intera filiera, “proprietari, affiliati, redattori, giornalisti, collaboratori, agenti”. Significa che la richiesta da 250 milioni di dollari non si esaurisce in Thomas Mackinson, autore dei pezzi, né in Marco Travaglio e Peter Gomez, direttori della edizione su carta e del web.
Risale fino a chi quel giornale lo possiede: Cinzia Monteverdi, presidente e amministratrice delegata della Seif, Antonio Padellaro, cofondatore, Francesco Aliberti, l’azionista reggiano. E sul fronte parallelo italiano, affidato agli avvocati Calcaterra, Fisicaro e Siniscalchi, entrano nel mirino anche Sigfrido Ranucci per Report e Bianca Berlinguer per “È sempre Cartabianca”. Una platea ampia, selezionata con scientifica freddezza, nessuno è più intoccabile.
Il nodo non è la cifra, palesemente sproporzionata e con ogni probabilità irrealizzabile. Il nodo è il principio. Per troppo tempo un certo giornalismo ha esercitato la licenza di sputtanare chiunque sulla base di nulla, sicuro dell’impunità: l’archiviazione per la parte offesa arriva sempre dopo, in sordina, a gogna ormai consumata, quando il bersaglio è già cenere. La diffida e la querela spaventa il cittadino comune, mai la grande testata, protetta dalla propria forza d’urto e da una protervia che ha fatto scuola. Cipriani, con i mezzi e il foro di New York, per una volta ribalta il rapporto di forze.
LEZIONE PROPEDEUTICA
Non è detto che la causa approdi a una condanna. Verosimilmente no. Ma la sua funzione è già un’altra: ricordare che la libertà di stampa non coincide con la licenza di calunnia, e che la responsabilità è il rovescio inevitabile di ogni potere, compreso quello di chi impugna una penna. Chi confonde l’inchiesta con l’esecuzione sommaria dovrebbe temere, almeno una volta, di doverne rendere conto. Non è bavaglio, è igiene: la stessa che, giustamente, pretendiamo dai magistrati.
Il giornalismo serio non ha nulla da temere dai fatti. Non è il caso di chi ha barattato la verità con una propria agenda per fini anche troppo evidenti. E forse Cipriani jr, imprenditore abituato a misurare i conti, sta semplicemente presentando a un gruppo editoriale assuefatto alla gogna la fattura più salata: quella della realtà.
Giulio Galetti, 8 giugno 2026
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