Col tutto il rispetto, noi non siamo Emanuele Fiano. Lui ci ha messo una vita a capire, ad accettare che il PD è un partito antisemita, e ha appena annunciato di non poterci più stare; noi come sarebbe andata oggi, anche oggi, all’ennesimo 25 aprile monopolizzato dalla sinistra antisemita e filoterrorista lo abbiamo scritto subito, prima delle celebrazioni e adesso non può sorprenderci, ci saremmo stupiti del contrario, come si è messa.
Fiano che si prende della saponetta mancata, insieme agli altri della brigata ebraica o semplicemente ebrei, come sempre insultati, minacciati, scortati dalla polizia e rimpiangere il Fiano saponetta come uscito dal lager, dal forno non ha niente a che fare, questo è ovvio, con le politiche di Israele quali che siano, è puro antisemitismo comunista, marxista, stalinista che c’era un anno fa, tre anni fa, c’era subito l’8 di ottobre, c’era dieci, cinquanta, cento anni fa.
C’è da sempre e in particolare da quando un mantenuto ha inventato il comunismo seminando figli mandati a morire di stenti o in manicomio perché il comunismo non è, come diceva Lenin, “i soviet più l’elettrificazione”, è l’odio più l’inettitudine. A Milano le saponette mancate, a Roma idem con in più le legnate per i poveri cristi con una bandiera Ucraina. Perché la Liberazione antifascista e democratica, celebrata dai presidenti che non vedono e non parlano, questo è: la sfilata annuale degli stalinisti che partono da Putin e arrivano ai pasdaran passando per Hamas, per Maduro.
Tutto il resto sono chiacchiere imbevute nell’ipocrisia. Ma i presidenti non parlano e Milano città non si dissocia dai propal, pro Hamas con lo spray urticante e i bastoni, si dissocia programmaticamente da Israele. Fiano è triste e sgomento, noi solo sconsolati nel constatare di avere avuto ragione – il che era fin troppo facile.
Ragione e facile ragione anche nell’additare la destra-sinistra di Forza Italia “giovani” in combutta con gli stalinisti dell’Anpi, che vuol dire ancora del PD: ne hanno avute anche loro, cacciati dal corteo, perché tutto in questa giornata inclusiva è escludente e razzista, tutto nella celebrazione della pace e della libertà è guerriglia, violenza, costrizione e impossibilità di andare d’accordo in un ricordo che si protende sempre all’oggi, al domani. Ma ad essere incoerenti non sono stati i filostalinisti e filoterroristi, non i Carc a vagheggiare vecchie e nove brigate rosse che preoccupano i Servizi, non le quinte colonne di Hamas in Italia: è stata Forza Italia, andata o mandata a finire nel grottesco e nell’indecente e per cosa? Per sancire una alleanza di domani? “Ma dai!”, come avrebbe detto il fondatore che, evidentemente, resta un nome, un volto, ma non più una ispirazione, neanche una evocazione da rispettare.
I propal di Greta e delle flotille sono “questa roba qua”: sono agitatori e organizzatori del nuovo terrorismo sempre troppo tollerati, coccolati, possono infiltrarsi nelle scuole e li lasciano fare, possono coltivare l’alleanza con i maranza dal coltello facile e li si lascia fare. “No, li controlliamo, sappiamo chi sono”. E quando lo sapete che cambia se nessuno interviene? E nessuno interviene. A che serve un 25 aprile così? Potrebbe magari servire a capire quanto è alto il livello dell’esasperazione e del pericolo, ma scoprire, informare che i Carc si ispirano alla lotta armata di 50 anni fa non suggerisce alcuna reazione, tanto meno dal governo; invece ci son di quelli che li difendono a spada tratta, dai piddini ai grillini all’ex magistrato dei centri sociali de Magistris.
Questo 25 aprile non è innocente nella sua canagliaggine, non è innocuo: le bandiere islamiche, iraniane, di Hamas marcano il territorio, segnano una presenza che diventa prevalenza, dicono “qui siamo noi e comandiamo, non c’è spazio per altri, non c’è posto per nessuno”. Con la polizia come sempre mandata a far da scudo umano, da bersaglio fisso o mobile per dividere i violenti dai miti.
Vincono ancora loro ed è solo il primo giorno, la furia, se volete un’altra previsione troppo facile, continuerà fino al climax di venerdì prossimo, Primo maggio: si replica, sempre sperando non si vedano morti o saponette. Si replica, per le piazze come al Concertone dei mozzorecchi, delle cariatidi, dei sottopancia e sottoaristi al servizio di Landini che col suo ultramassimalismo cerca di fare le scarpe alla Lella, a Conte, a tutti nella bagarre oscena per il posto di capopololo a sinistra.
E allora anche lì furori antisemiti, antidemocratici, antimeloniani senza alcun legame con le problematiche del lavoro, solo il disordine per lo sfascio, per marcare ancora il terreno, per dire i padroni siamo noi e il governo frastornato e la polizia a sudare, a rimetterci i caschi e le teste per salvare il salvabile.
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Ma non si può continuare così, a non parlare, a non vedere, a illudersi che in fondo non succede niente, che è tutto sotto controllo. Sotto controllo sì, ma di chi? E con quali prospettive? In nessun Paese europeo, neppure nella Francia ormai magrebina e islamica la riconquista democratica, l’uscita dal fascismo, la ricostruzione democratica e consumistica è celebrata con una simile furibonda onda razzista, come a voler distruggere la democrazia stessa, a voler preparare altro, un califfato, un maranzato per cui sinistra antidemocratica e islamismo antidemocratico si illudono di giocarsi a vicenda.
In mezzo sta il Paese che non ci crede più, non crede più a niente, non si fida, non vota, non partecipa. Che è esattamente l’effetto cercato e di più ad ogni liturgia della “Liberazione” che passa. Ed è “l’Italia che muore, che muore”. Ieri mattina titolavamo “Il 25 aprile è l’Italia che muore perché antifascista”. Pareva un paradosso, una provocazione, invece prove me wrong.
Max Del Papa, 26 aprile 2026
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