Politico Quotidiano

Alemanno insegna, la sinistra se ne frega dei detenuti

La battaglia dell'ex sindaco di Roma durante la detenzione ha messo in luce il disinteresse totale della politica per la realtà carceraria

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Dopo la discutibile condanna per traffico di influenze illecite – una fattispecie priva di una definizione limpida e caratterizzata da maglie larghissime e confini incerti, per definizione il contrario di quello che dovrebbe essere la norma penale – e dopo aver trascorso un anno e mezzo nel carcere di Rebibbia, Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma ed ex ministro delle politiche agricole e forestali nei governi Berlusconi II e III, da qualche giorno è tornato in libertà.

Da questa vicenda giudiziaria dai contorni a dir poco nebulosi che ha mostrato con tutta la sua forza cosa sia la geometria variabile dell’applicazione di misure giudiziarie nel tenore inversamente proporzionali alla gravità del fatto, in barba al principio di proporzionalità della pena (a partire dalla revoca della misura alternativa dei domiciliari – valutazione legittima ma decisamente in controtendenza rispetto all’ordinario, con numerosi procedimenti analoghi in cui irregolarità ben più significative di una violazione degli obblighi sull’affidamento ai servizi sociali hanno comportato l’adozione di misure meno afflittive) abbiamo imparato come funzioni la giustizia a due velocità: indulgente con alcuni, intransigente con altri. Ma ne abbiamo tratto anche una importante testimonianza diretta della condizione delle carceri italiane, dato che Alemanno in prima persona ha fin da subito trasformato la detenzione in una battaglia di civiltà attraverso la condivisione di un toccante “diario di cella”.

Così facendo, nel momento peggiore, ha messo in atto il più autentico atto di indirizzo politico: costringere le istituzioni all’attenzione sulle condizioni disumane nelle quali molti detenuti sono costretti a vivere. La piaga comune di gran parte degli istituti penitenziari italiani, infatti, va oltre la pena: celle sovraffollate, caldo insopportabile e docce fredde, carenze igienico-sanitarie, criticità strutturali, assenza di privacy (circostanze di cui si fa sempre un gran parlare, ma mai in concreto). E per Gianni Alemanno questa non è stata una presa di posizione strumentale o legata al momento: risale già alla fine degli anni ’80 la sua prima tessera del Partito Radicale, ottenuta beneficiando della celebre strategia pannelliana delle “doppie tessere” che permetteva a figure di opposte estrazioni politiche di sostenere trasversalmente le battaglie civili e garantiste dei radicali pur mantenendo la propria appartenenza.

Il tema delle condizioni di vita all’interno delle carceri rappresenta una questione che investe direttamente i principi fondamentali sanciti dalla Costituzione: il livello di civiltà di una comunità si misura anche dalla capacità di garantire, alle persone private della libertà personale, il rispetto dei diritti inviolabili propri di uno stato di diritto. Invece, troppo spesso, il carcere è trattato come luogo di scarto sociale che della funzione rieducativa e della dignità della persona umana, fa carta straccia. Nella casa circondariale “Sergio Cosmai” di Cosenza, dove da anni queste condizioni sono esasperate, per molto tempo se ne è segnalata una pressoché atroce: pannelli in plexiglass installati sulle sbarre delle celle e delle finestre che limitavano sensibilmente il naturale ricambio dell’aria e l’ingresso della luce solare.

Una vera forma di tortura; una condizione incompatibile con la dignità umana. Fino ad oggi: la Camera Penale di Cosenza, infatti, dopo una lunga battaglia di sensibilizzazione sulla problematica inascoltata della dignità degli invisibili, nel giro di un mese ha ottenuto dapprima l’istituzione di un tavolo tecnico ministeriale (su iniziativa dei deputati cosentini di centrodestra) e poi, su decisione del DAP, la rimozione di quei pannelli in plexiglass. Il momento decisivo risale al maggio scorso, quando la visita ispettiva organizzata dalla Camera Penale nella persona del Presidente, avv. Roberto Le Pera – alla presenza dei parlamentari cosentini On. Simona Loizzo (Lega) e Sen. Fausto Orsomarso (FdI) – ha portato all’attenzione delle istituzioni nazionali quelle condizioni di criticità già evidenziate in maniera precisa nella relazione della Garante delle Persone Private della Libertà Personale, Dott.ssa Emilia Corea.

Ma il dettaglio politico di questa vicenda va oltre lo straordinario risultato di civiltà: a far clamore è stato sin da subito il j’accuse sulla stampa locale della consigliera comunale cosentina di centrosinistra, avv. Chiara Penna, Presidente della Commissione “legalità” e in prima linea in questa battaglia di civiltà: «La sinistra è rimasta silente. Nessun parlamentare del Partito democratico o del Movimento 5 stelle, pur invitato a partecipare alla visita in carcere, ha ritenuto di essere presente o di manifestare interesse per una vicenda che investe diritti fondamentali e condizioni di vita dignitose.” Manifestando rammarico per il silenzio imbarazzante della coalizione che dovrebbe sostenere l’amministrazione di sinistra della città, completamente assente sul tema della giustizia e della tutela dei detenuti, Penna ha evidenziato il cortocircuito: un approccio disinteressato rispetto al tema del carcere e, più in generale, un’attenzione alla giustizia troppo spesso variabile a seconda delle convenienze e degli argomenti trattati.

Proprio quello che di recente ha dimostrato il referendum costituzionale sull’ordinamento giudiziario dove – diffusamente – in una incresciosa operazione di arroccamento di casta, la sinistra ha preferito rinnegare le proprie posizioni storiche dissimulandole come Taqiyya. Quelli che si riempiono la bocca di legalità Costituzionale, che blaterano di garantismo e di diritti inviolabili dell’uomo, al momento dell’hic Rhodus, hic salta decidono da che parte stare o quanto impegno profondere in base al posizionamento politico che più si confà all’esigenza del momento.

Lo hanno fatto in modo meschino, come vendetta politica, accanendosi su Alemanno; lo hanno fatto per comportamento concludente, disinteressandosene, sulla battaglia dei plexiglass del carcere di Cosenza. Ma se la passione militante e la retorica di sostegno valoriale funziona – singhiozzante – a corrente alternata, i princìpi non sono princìpi. Sono mezzo strumentale di conservazione del potere. E la Penna, una di quei professionisti che l’impegno politico lo approccia con le spalle larghe della coerenza, non ha avuto problemi a parlare ai “suoi”, spiegare la lezione e sbattere in faccia ai kompagni il loro opportunismo.

Francesco Catera, 5 luglio 2026

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