Come sempre, anche nell’affaire Minetti si guarda il dito invece della luna, che appare più piccola, quasi irrilevante mentre è il vero fattore critico, al limite dell’imbarazzante, di tutta la faccenda. Perché è facile perdersi dietro le suggestioni morbose instillate dal Fatto, talmente facile che diventa altrettanto semplice smarrire i profili istituzioni di questo grottesco che scade, comprensibilmente, inevitabilmente, nello scaricabarile. Il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, si lascia sfuggire da un fianco una mezza ammissione: “Potremmo alla fine anche ammettere di non essere stati perspicaci, seppur diligenti…”. Diligenti? Nanni ha l’aria di dover fare un po’ quello che fa la Meloni al governo, la cirenea per gli svarioni altrui, sta di fatto che, a constatarla, l’istruttoria per la Grazia si staglia come un modello di esemplare sciatteria, quel tirar via, non si capisce mai se dovuto a mediocrità o peggio. E che accada nella Procura Generale presso la più importante Corte d’Appello del Paese, insieme a quella romana, aggiunge insulto a lesione grave. Dopodiché l’ambaradan passa al Guardasigilli e di qui al Quirinale, che, secondo “la Verità”, ha spinto direttamente per la concessione del provvedimento, certamente mosso a commozione per il recupero operoso della grazianda, da Messalina a dama di San Vincenzo che va a Messa ogni mattina. Mattarella, si sa, è puro, infallibile, sacro e inviolabile, ma anche dalle sue parti si respira un po’ la stessa aria, i suoi 700 corazzieri e consiglieri non sembrano essere stati punti o morsi da chissà quale scrupolo informativo. Tant’è vero che le informazioni si chiedono tutte adesso, a vacche e buoi scappati dalla stalla (absit injuria verbis).
Insomma, la classica procedura dell’eccellenza istituzionale italiana per cui si fanno giusto i compitini, malfatti, magari oggi pure scaricati sull’intelligenza artificiale. Da cui lo scaricabarile a domino. Altra faccenda: scusassero, tutti, ma proprio tutti: ma di una così, che tutti conoscono, che si presentava con un curriculum per peculato e induzione alla prostituzione, ti fidi sulla parola? Grottescamente, l’Interpol per una ragazza così vivace la mandi dopo invece che subito? Oh, per favore, cherie! Ma dove siamo? Ecco: il dito della Minetti lasciamolo, per il momento, alle ricostruzioni giornalistiche, restiamo pure garantisti, che è cosa buona e giusta: invece, nell’immediato ci preme la luna, anzi le lune del pasticciaccio brutto di via Arenula, ma anche di via Freguglia, ma anche di piazza del Quirinale. Ed è incredibile, o forse semplicemente italiano, che il Presidente medesimo passi e si faccia passare, grazie alla batteria degli scriba evangelisti, da vittima, colui che è stato ingannato: no, dovrebbe per carità di Stato fare ammenda, come minimo. E dovrebbe farla lui, di sua sponte, siccome nessuno osa chiedergli tanto, o poco. Perché, torniamo a precisarlo, o abitualmente non sa cosa firma, e allora la cosa è grave, oppure lo sa, e allora la cosa è grave. Ma lo sa. Le domande di Grazia vengono quasi tutte respinte, ne passa una su dieci, su cinquanta al termine di istruttorie estenuanti, non lampo come per la ex dentalista. E spesso vengono respinte con motivazioni moralmente implacabili, come quando se la vede negare uno che ha fatto fuori dei rapinatori per salvarsi lui e la famiglia, oppure è stato in galera più di 30 anni solo per essere un pastore semianalfabeta, uno che non conta niente.
Ci dispiace, ma da questa storia nessuno può chiamarsi fuori. Ed è una storia tutta tecnica, le certezze o suggestioni giornalistiche qui sono il dito, sul quale è prudente non spenzolarsi. No, qui il dato è anzitutto istituzionale, ha a che fare col modo in cui i poteri e pubblici poteri agiscono nella concessione di provvedimenti premiali che, giocoforza, stabiliscono una discrepanza, cancellano condanne anche gravi, anche scabrose, sulla base di elementi di merito che andrebbero valutati con scrupolo, con severità, con equilibrio, e con cautela. E prima: dopo, è troppo facile mandare l’Interpol. È troppo facile cavarsela con gli io non c’ero, io dormivo, “potremmo ammettere di non essere stati perspicaci”, “sono io la vera vittima, mi hanno sedotto e abbandonato” (qui interpretiamo, ma il significato preciso, inequivocabile è questo). Salvo cavarne una speculazione penosa, perché menarla con la giaculatoria Meloni si deve dimettere è la glassa su una torta di squallore: che accidente c’entra Meloni in tutto questo? O vogliamo dire che tutto fa brodo, come quando un Conte scassa i conti pubblici per l’Europa col superbonus e ci si frega pure le mani così può dare la colpa a chi gli è succeduto? Oh, per favore, cherie!
Nel Paese dove tutto ciò che puoi pensare è vero, anzi è vero perfino quello che non hai il coraggio di pensare, auguriamoci di non vedere graziate, che so, Wanna Marchi e figlia Stefania. Per alti motivi umanitari e sociali, quali che siano, tanto ci vuol niente a trovarli, a fabbricarli.
Max Del Papa, 30 aprile 2026
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