Politico Quotidiano

LA GIUSTIZIA È COSA LORO

Bersani choc: “I giudici sostituiscono parlamento e governo”

L'ha detto così, senza vergogna. La frase dell'ex segretario Pd rafforza l’urgenza della separazione delle carriere

Pierluigi Bersani
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Nel corso della manifestazione per il No al referendum, Pierluigi Bersani ha messo nero su bianco una visione che chiarisce molto più di quanto forse intendesse. Non si tratta solo di una riflessione teorica sul ruolo della magistratura, ma di una vera e propria legittimazione di uno squilibrio tra poteri.

Le sue parole sono inequivocabili: “Noi vogliamo che i magistrati abbiano idee e che la politicità dei magistrati sia la politicità costituzionale, nel senso che si applica la Costituzione dove è prescrittiva, nel senso che dove c’è il dubbio si manda alla Corte Costituzionale, nel senso che nel dubbio ti fai ispirare dalla Costituzione, così hanno fatto i magistrati tante volte, sostituendo Parlamento e Governo”.

Una concezione che rovescia la separazione dei poteri

Il punto non è soltanto la “politicità costituzionale” evocata dall’ex segretario Pd, ma quel passaggio finale ripetuto due volte, quasi a volerlo scolpire: i magistrati che “sostituiscono Parlamento e Governo”. Non un incidente, non una forzatura, ma qualcosa che viene presentato come normale, persino auspicabile nei momenti di incertezza.

È qui che il discorso diventa dirimente. Perché se chi giudica può arrivare a sostituire chi legifera e chi governa, allora il principio della separazione dei poteri smette di essere un cardine e diventa un optional. Una visione che, nel tempo, ha trovato terreno fertile anche grazie al peso delle correnti interne alla magistratura, spesso tutt’altro che neutrali e sempre più permeate da orientamenti ideologici ben riconoscibili.

Il nodo delle correnti e il cortocircuito con la politica

Il problema non nasce nel vuoto. Da anni si assiste a un intreccio sempre più evidente tra una parte della magistratura organizzata in correnti e una parte della politica, in particolare quella riconducibile all’area progressista. Un sistema di reciproche sponde, dove le istanze della magistratura trovano rappresentanza politica e, allo stesso tempo, certe visioni politiche trovano eco nelle dinamiche interne agli uffici giudiziari.

In questo contesto l’idea che i magistrati possano “sostituire” Parlamento e Governo non appare più come una semplice provocazione retorica, ma come il riflesso di un assetto che negli anni ha progressivamente eroso i confini tra i poteri dello Stato.

Perché la separazione delle carriere diventa decisiva

È proprio alla luce di questo quadro che la separazione delle carriere assume un valore centrale. Distinguere in modo netto chi accusa da chi giudica significa ridurre il peso delle correnti e limitare quel circuito chiuso che alimenta dinamiche di appartenenza più che di imparzialità.

Ancora di più, l’introduzione di meccanismi come il sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno contribuirebbe a spezzare le logiche di cooptazione e a restituire autonomia ai singoli magistrati, liberandoli da quelle strutture organizzate che troppo spesso funzionano come cinghie di trasmissione ideologica.

In un sistema davvero equilibrato, il giudice non deve “sostituire” nessuno. Deve applicare la legge, non supplire alla politica. Ed è esattamente per evitare che visioni come quella rivendicata da Bersani possano tradursi in prassi consolidata che la riforma della giustizia torna a essere una priorità non più rinviabile.

Enrico Foscarini, 19 marzo 2026

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