L’ultima tornata elettorale di amministrative ci ha lasciato una certezza: il campo largo arranca. E le batoste subite nei comuni al voto sono figlie di un distacco insormontabile tra il linguaggio dell’agenda giallo-rossa, tutto tasse, assistenzialismo sfrenato e paroline petalose in salsa arcobaleno e proPal, e le istanze dei cittadini che chiedono servizi essenziali, concretezza, visione e solidità amministrativa.
In Calabria, per esempio, la riconquista della regione (guidata dal centrodestra al terzo mandato consecutivo) è un miraggio per l’asse Pd/5stelle: il centrodestra spadroneggia nei grossi centri al voto con percentuali bulgare, come a Reggio Calabria, dove il candidato sindaco Francesco Cannizzaro – appena rieletto dal congresso segretario regionale di Forza Italia – sfiorando il 70% ha staccato di oltre 40 punti il competitor dem, proprio nel cortile di casa del segretario regionale Pd, il senatore reggino Nicola Irto.
I sondaggi parlano, i risultati confermano: il 45% degli elettori che alle ultime amministrative nel capoluogo reggino avevano votato Pd, oggi hanno preferito il programma del centrodestra. Il caso Calabria è emblematico anche per i grillini: nell’elettorato pentastellato alle urne della città metropolitana calabrese, uno su due ha virato a destra.
A raccontarla bene, a queste elezioni amministrative il M5s non ha partecipato davvero: con percentuali irrisorie ovunque, i contiani il record regionale lo fanno a Crotone arrabattando un 4% insperato alla vigilia; a Castrovillari, altro centro sopra i 15mila abitanti, prendono 359 voti, ossia il 3%. E tutto questo dove riescono a presentare la lista, dato che non partecipano alla competizione elettorale né a Reggio, né a San Giovanni in Fiore, né a Palmi.
Ed è una tendenza che non si limita ai confini calabresi ma che, paradossalmente, riguarda tutto il Meridione (tradizionalmente il main asset elettorale del partito anti-casta e dell’irrequietezza assistenzialistica): anche ad Agrigento e ad Enna i 5stelle non presentano la lista, fanno il 3% a Messina, il 3,5% a Trani, il 4% ad Andria, il 4,5% a Salerno. E al Nord riescono nell’impresa di non eleggere neanche un consigliere comunale a Venezia, a Pistoia e a Prato (dove il centrosinistra ha vinto le amministrative).
Giuseppe Conte dice che, in fondo, le comunali sono un capitolo a parte e che fra un anno alle politiche il campo progressista batterà la Meloni sul piano dell’economia e dei salari bassi (esperti loro, che da un balcone avevano fatto vergognare il Paese intero annunciando di aver sconfitto la povertà). Anche i colonnelli locali del suo partito tacciono e fanno finta che queste amministrative non si siano proprio tenute.
Eppure, essendo ormai dato per acquisito il passaggio da “Movimento” a “Partito”, adesso le liturgie dovrebbero rispettarsi. Invece nessun commento degno di nota sulla debacle totale, né dalla coordinatrice regionale calabrese Anna Laura Orrico, né da deputati e consiglieri regionali, né dai coordinatori provinciali.
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Proprio quando sarebbe necessario aprire una riflessione su come radicarsi nei territori – il grande cruccio dei grillini double-face: ancora solidi nel voto d’opinione ma praticamente inesistenti sul territorio – nessuno riesce ad assumersi le responsabilità per una batosta che sa tanto di estrema unzione.
Il rischio concreto, infatti, è che il M5S possa continuare ad inanellare una serie scoppiettante di figuracce atte a condurlo a battiti zero. Lo stesso effetto sortito dalle trambate eclatanti di alcuni storici pezzi da novanta del partito: a fare rovinosamente cilecca sono stati i riciclati Nicola Morra e Rocco Casalino, che ci hanno ricordato come spesso la realtà possa superare la fantasia.
L’ex concorrente del Grande Fratello e portavoce di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi era candidato al consiglio comunale di Ceglie Messapica – comune pugliese di cui è originario. Lì il centrodestra si è aggiudicato la vittoria sfiorando il 70% e il grillino della prima ora, raccogliendo 246 preferenze, è rimasto fuori dall’assise.
L’esperienza di Nicola Morra, invece, si è infranta sullo scoglio della suggestiva Madonna dell’Isola a Tropea. Dopo l’ultima apparizione elettorale – un flop inenarrabile (non arrivò all’1%) da candidato Presidente della Regione Liguria nel 2024, esperienza costruita sull’enfasi di una parentesi da consigliere comunale d’opposizione a Vado Ligure – l’ex senatore ed ex presidente della Commissione parlamentare antimafia cerca impiego in Calabria.
Sceglie la Costa degli Dei, si mette a disposizione di una lista civica (arrivata terza in una competizione a tre, raccogliendo 332 preferenze in totale, l’8,8%) con un ruolo già pronto, mediaticamente ben spendibile e, nei fatti, perfettamente inutile (un assessorato dedicato alla trasparenza amministrativa e alla tracciabilità degli atti pubblici; un obbrobrio populista che sarebbe servito solo a riaffermare la cultura del sospetto e ad arrecare alla città un devastante danno d’immagine) e racimola appena 31 preferenze.
Un numero che, senza lo scudo delle liste bloccate, parla da solo. Un appeal elettorale pari allo zero. Giacobini senza voti. Ma almeno ci strappano una risata. Bye, bye cinque stelle!
Francesco Catera, 2 giugno 2026
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