Politico Quotidiano

Campo largo, guerra totale sul leader: Schlein nel tritacarne

Pd e Cinque Stelle si dilaniano sul candidato premier. Conte pretende le primarie e la segretaria resta intrappolata nel caos

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Il campo largo ha già trovato il modo per provare a perdere le prossime elezioni: cominciare a litigare sul candidato prima ancora di avere un programma, una coalizione e forse persino un’idea comune di Paese. A sinistra manca tutto, tranne le ambizioni personali. E così Pd e Movimento 5 Stelle si preparano a un duello che nessuno sembra avere il coraggio di dichiarare apertamente: Elly Schlein contro Giuseppe Conte, con gli alleati ridotti al ruolo di spettatori interessati.

Il fantomatico “Papa straniero”, invocato per evitare lo scontro, semplicemente non esiste. Da settimane circolano nomi, suggestioni e formule miracolose. Silvia Salis, Gaetano Manfredi, Antonio Decaro, Pier Luigi Bersani, perfino l’ipotesi di un diciottenne o di un anziano partigiano lanciata da Roberto Speranza. Il catalogo delle candidature si allunga, ma il problema rimane sempre lo stesso: nessuno possiede contemporaneamente l’autorevolezza, il consenso e la forza politica necessari per convincere Schlein e Conte a farsi da parte.

Ed è proprio qui che cominciano i guai per la segretaria del Pd. Dal Nazareno continuano a ripetere che le strade possibili sono due: primarie oppure leadership affidata al partito che raccoglierà più voti. Tradotto: se il Pd resta davanti ai Cinque Stelle, il candidato dovrebbe essere Schlein. Peccato che Conte non abbia alcuna intenzione di accettare un simile automatismo. L’ex premier vuole i gazebo e nel suo cerchio ristretto la posizione viene descritta come “granitica”.

Il risultato è un campo largo senza campo e senza leader. Le primarie, anziché rappresentare una festa democratica, vengono ormai descritte dagli stessi protagonisti come una possibile carneficina politica. Nel Pd cresce il timore che il corpo a corpo con Conte possa lasciare sul terreno più macerie che consensi, scavando un fossato difficilmente colmabile tra democratici e grillini. Non esattamente il migliore viatico per presentarsi agli elettori come l’alternativa credibile al centrodestra.

Anche dentro il partito lo scontro è aperto. Il “correntone” che fa riferimento, tra gli altri, a Dario Franceschini e Andrea Orlando lavora per evitare la resa dei conti. I riformisti, invece, sostengono che cercare di cancellare le primarie possa produrre danni persino maggiori. Lia Quartapelle definisce quella rinuncia “un’idea dannosissima” e rilancia l’ipotesi del doppio turno. Intanto da Bruxelles riaffiora il nome di Giorgio Gori, potenziale punto di riferimento di un’area moderata capace di dialogare con Carlo Calenda e Pina Picierno. Nel risiko compaiono anche Nicola Zingaretti e Stefano Bonaccini, ma nessuno sembra davvero intenzionato a prendere in mano la patata bollente.

Bonaccini invita a non mettere “il carro davanti ai buoi” e chiede di partire dal programma. Un proposito ragionevole, se non fosse che proprio sui contenuti la coalizione rischia di esplodere ancora prima che sulla leadership. Riccardo Magi reclama un chiarimento immediato, soprattutto sulla politica estera. Perché un conto è riunire tutti contro Giorgia Meloni; un altro è spiegare che cosa dovrebbero fare insieme una volta conquistato Palazzo Chigi.

La verità è che il Pd si trova intrappolato. Se Schlein accetta le primarie, rischia di consegnarsi a una sfida imprevedibile con Conte e di essere contestata dai settori del partito che vorrebbero un candidato più moderato. Se prova a evitarle, offre ai Cinque Stelle l’occasione di accusarla di voler imporre la propria leadership. Se accetta una figura terza, infine, ammette implicitamente di non essere riuscita a trasformare la segreteria del maggiore partito d’opposizione in una candidatura naturale alla guida del governo.

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Mentre la sinistra cerca disperatamente un federatore, ogni aspirante federato mette il proprio veto. Il progetto politico resta sullo sfondo, soffocato dal toto-nomi e dalle manovre di corrente. Le carte potrebbero restare coperte fino a ottobre, ma il quadro è già abbastanza chiaro: il campo largo non sa chi deve guidarlo, non sa come sceglierlo e teme persino lo strumento con cui dovrebbe farlo. Meloni, come ha osservato lo stesso Bonaccini, può davvero andare in vacanza tranquilla.

Massimo Balsamo, 27 agosto 2026

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