Lo show di Ilaria Salis che sventagliando un mazzo di chiavi ha portato al Parlamento europeo le proteste spagnole sulla casa, si è trasformato in un attacco alla proprietà privata. Il ragionamento è assurdo, le frasi sono violente e seguono un principio caro a chi, come lei, fa della teoria delle occupazioni abusive una sorta di metodo d’acquisto della proprietà a titolo derivativo: chi mette a rendita un immobile è un parassita che lucra sulla povera gente.
Fermo restando che, a detta di chi si scrive, gli unici profittatori sono i new soviet che sputano sui risparmi privati e sulla proprietà immobiliare diffusa (che in Italia fa registrare la soglia dell’80% di cittadini proprietari di almeno un immobile) – e che spesso si divertono ad occupare abusivamente case di altri ricevendo – come nel caso di Salis a Corvetto – le medaglie al valore delle condanne giudiziarie.
Eppure, a livello teorico, la storia del “parassitismo” di quei cattivissimi capitalisti dei proprietari di casa piace anche nei salotti radical: durante l’ultima puntata di Cartabianca, Bianca Berlinguer ha incalzato Mauro Corona sul tema della crisi abitativa spagnola, chiedendosi il perché in Italia – dove, dice, viviamo diffusamente la stessa situazione di caro affitti – soprattutto nelle grandi città nessuno manifesti e nessuno si mobiliti contro gli sfratti o contro i fondi immobiliari che speculano. La risposta che partorisce l’interlocutore si limita alla mitizzazione del premier spagnolo, definendo nobili le sue dimissioni dopo essere andato sotto in Parlamento sui decreti affitti. Ma quelli che strizzano l’occhio agli utili militanti delle proteste perenni, sembrano non considerare tanti aspetti.
Innanzitutto, come ha ben spiegato Giuseppe De Lorenzo qualche giorno fa su Xcalibur Italia, due pesi e due misure sull’istituto delle dimissioni del premier come leva per ottenere lo scioglimento delle camere: lo spauracchio su cui, anche dal salotto televisivo di Cartabianca, in tempi non sospetti si demoliva il premierato voluto da Meloni. Ricostruiamo: l’eroe del progressismo europeo, il premier spagnolo Pedro Sánchez, è andato sotto in Parlamento sui decreti-contentino partoriti per contenere le proteste sull’emergenza abitativa e ha deciso di convocare nuove elezioni tra meno di due mesi.
Eppure, le espressioni allarmate sui volti dei soloni della democrazia italiana che a sinistra urlavano all’autocrazia annunciando le barricate contro il legittimo tentativo di Giorgia Meloni di realizzare la riforma del Premierato, sono sparite. Ve li ricordate? Temevano che un costrutto istituzionale teso a favorire la stabilità dell’esecutivo e che mettesse al riparo la maggioranza di governo dai ricatti del palazzo potesse in qualche modo consentire al premier di utilizzare l’istituto delle dimissioni come leva per ottenere dal Presidente della Repubblica lo scioglimento delle Camere.
Ipotizzavano orizzonti assolutisti di pieni poteri e di un premier in grado di svuotare di significato il Parlamento, indire nuove elezioni a suo piacimento e mettere a rischio la democrazia. Quelle posizioni scriteriate da queste parti le ricordiamo con divertimento, soprattutto perché provenienti dai professionisti dell’instabilità governativa che per anni ci hanno abituato al concetto di “compromesso di palazzo” elevato a rango costituzionale per la formazione di esecutivi deboli e figli delle alleanze di comodo più assurde.
Ed è per le evidenze di cui sopra che la nostra reazione non può in alcun modo non appartenere al genus dell’ilarità, quella di chi osserva la solita lezione di relativismo della sinistra italiana, in estasi e in vena di apprezzamenti smodati rispetto al caso che ci farà compagnia per i prossimi due mesi – e che quelle paure infondate ricalca specularmente: l’annuncio dell’hombre vertical dell’internazionale socialista che in Spagna si dimette e convoca elezioni anticipate per il 29 novembre.
Il secondo aspetto fondamentale che sfugge ai maestri del relativismo, la colossale presa in giro agli spagnoli di Sanchez. Fa tutto da solo, Pedrito, capo di un esecutivo senza maggioranza parlamentare che indice nuove elezioni per sfruttare la sollevazione popolare che ha causato lui stesso con 8 anni di menefreghismo sulla crisi abitativa. E la gente in piazza, nera, perché il Parlamento – in un sussulto di buon senso – ha bocciato la misura contentino partorita per placare le folle proprio dal governo che ha causato il problema. Le comiche.
L’ormai noto sfratto dell’87enne María del Carmen Abascal è diventato esplosivo perché ha trasformato una questione economica astratta in un’immagine politica potentissima. Ma il grido di sdegno degli spagnoli scesi in strada contro il caro affitti ci insegna soltanto una cosa: a sinistra non sanno niente di economia. La Spagna ha un problema strutturale di scarsità di abitazioni: secondo la Banca di Spagna pari a circa 750.000 unità tra il 2021 e il 2025.
E quando la domanda cresce più rapidamente dell’offerta, la scarsità dello stock abitativo disponibile si capitalizza nei prezzi e nei canoni di locazione. In altre parole, se in una città ci sono molte più persone che cercano casa rispetto alle abitazioni disponibili, la soluzione strutturale è quella di aumentare l’offerta.
Costruire edilizia privata, edilizia sociale, accelerare autorizzazioni e urbanizzazione, recuperare immobili inutilizzati. Non – come avrebbe fatto Sánchez – imporre ai privati dei tetti agli affitti o dei limiti che ledano la proprietà privata, come i taciti rinnovi, gli aumenti fissati solo per legge, il blocco coatto degli sfratti. Questo sarebbe solo il modo di pensare di chi odia l’individuo, la sua libertà economica e apre le maglie ideologiche delle requisizioni tanto care a quelli che agitano in aria le chiavi di casa (degli altri), come Ilaria Salis.
Ma la politica abitativa non può requisire casa tua: per dare alloggi a chi li chiede l’unico modo è costruirli, aumentando l’offerta e favorendo fisiologicamente l’abbassando dei prezzi medi per metro quadrato. Gli illiberalissimi decreti su cui il premier spagnolo è caduto in Parlamento, invece, avrebbero reso sconveniente ai privati dare la casa in affitto, ciò avrebbe fatto contrarre ulteriormente l’offerta e la crisi si sarebbe aggravata.
Questa passione recondita volta ad erodere i diritti di proprietà con una regolamentazione folle e liberticida (che disincentiva i proprietari all’investimento – e all’affitto) distrugge il mercato immobiliare mentre fa finta di volerlo salvare. Un casino propagandistico che – causando la diminuzione dello stock di immobili per affitto e rendendo quindi più costose le case disponibili – ottiene l’unico risultato di concentrare la proprietà degli immobili nelle mani dei grandi fondi, diminuendo drasticamente la proprietà diffusa.
I cittadini (ed Ilaria, si intende) con le chiavi in mano, Sánchez monopolista del mercato grazie ai decretini. Poi l’offerta sparisce e la colpa, magicamente, è del “mercato”. Populismo da quattro soldi di truffatori ideologici che lucrano politicamente sulle difficoltà del loro elettorato e alimentano l’odio sociale.
Francesco Catera, 12 ottobre 2026
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