Quando la pressione mediatica sale, la politica è chiamata a fare una scelta: inseguire il dibattito oppure spostarne il baricentro. È una distinzione sottile ma decisiva, che oggi riguarda direttamente Matteo Piantedosi, finito al centro dell’attenzione per la presunta relazione extraconiugale con la giornalista Claudia Conte.
In questi casi, il punto non è tanto la vicenda privata in sé, quanto la capacità di recuperare rapidamente l’iniziativa pubblica. E Piantedosi, fin qui, un terreno su cui muoversi lo ha già tracciato con chiarezza: quello della legalità. Negli ultimi mesi, infatti, il Viminale ha disposto e portato a termine diversi sgomberi di centri sociali occupati, rivendicando una linea di fermezza contro ogni forma di illegalità.
Proprio questa premessa rende oggi evidente ciò che manca. Perché una politica di rigore funziona davvero solo quando appare — ed è — imparziale. Se colpisce prevalentemente realtà riconducibili a un’area politica, rischia di essere percepita non come applicazione della legge, ma come scelta selettiva. Ed è qui che il caso di CasaPound torna inevitabilmente al centro della scena. La sua storica occupazione rappresenta una contraddizione difficilmente ignorabile, soprattutto alla luce degli interventi già effettuati altrove. Non si tratta di una questione ideologica, ma di coerenza istituzionale: la legge, per essere credibile, deve valere in modo uguale, senza distinzioni tra destra e sinistra.
In un momento in cui l’attenzione pubblica si concentra prevalentemente su aspetti personali, una decisione in questa direzione avrebbe un effetto chiaro e immediato. Non tanto — o non solo — per spostare il focus mediatico, quanto per rafforzare il messaggio di fondo: lo Stato non sceglie i destinatari delle sue regole in base alla convenienza o al colore politico e, soprattutto, non di lascia condizionare dalle vicende private dei suoi uomini.
Sgomberare CasaPound, dopo aver già sgomberato diversi centri sociali, significherebbe chiudere davvero il cerchio: dimostrare che lo Stato c’è, che la linea dura non è “contro qualcuno”, ma “per qualcosa”, cioè per il rispetto delle regole. E proprio per questo, il momento è adesso. Farlo oggi significherebbe lanciare un segnale chiaro e inequivocabile: la legalità viene prima di tutto — prima delle ideologie, prima del colore politico, prima delle vicende personali.
Salvatore Di Bartolo, 7 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


