Conosco Mario Roggero da oltre 60 anni. Il suo negozietto allora vendeva piccoli braccialetti e orologi, a due passi dalla nostra cascina di famiglia a La Morra, e mia nonna mi ci portava da quando avevo i calzoni corti. Incominciai a seguire da vicino le sue vicende anni dopo, quando i rapinatori iniziarono a spaccargli vetrine, serrande, porte per rapinarlo, facendo del suo caso un’occasione e di commenti sdegnati quotidiani.
Il povero signor Mario ne subì di ogni tipo, come tutte le persone di zona (intorno ad Alba) sapevano benissimo. Quando nel 2015 – questo il vero clou della sua vicenda umana – i pistoleri fecero irruzione nel negozio, pestarono prima la figlia, la minacciarono per avere i soldi, la chiusero nel bagno, e poi passarono a massacrare lui. Roggero fu trovato tempo dopo sul pavimento del negozio e in un lago di sangue. Nel 2021, infine, la vicenda alla quale il coro stucchevole dei giustizialisti vorrebbe inchiodare Roggero condannandolo di fatto all’ergastolo. Anche questa volta il film fu lo stesso: irruzione, minacce di morte, violenze, furto con scasso e fuga.
Ma questa volta, dopo decenni spesi a farsi onestamente massacrare e derubare, Roggero reagì. E purtroppo sappiamo come. Sbaglio? Certo che sbagliò. Ma leggere oggi i comunicati inneggianti alla sua condanna, le pressioni su Mattarella per negargli la grazia e vedere i soliti ceffi del fu partito (e fu giornale) di Repubblica fare di Roggero “l’eroe violento della destra pistolera” che vuole “trasformare la Grazia in un quarto grado di giudizio“ da un forte senso di nausea a chiunque abbia conosciuto Roggero per decenni e sappia cosa Roggero sia stato costretto a subire nella pura assenza e latitanza dello Stato.
Gli avanzi di una sinistra cialtrona che urla al pistolero meritevole di galera a vita, dimostrano solo ciò che da anni sappiamo: il loro rapporto con la realtà, con l’Italia fatta di persone reali, è ormai pari a zero. E più si rifiutano di capirlo, più i loro elettori si avvicineranno ai numeri degli attuali ascoltatori di Lilli Gruber o se preferite ai numeri degli ultimi lettori del fu giornale di Scalfari.
Giovanni Negri, 18 luglio 2026
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