
Sulla questione delle dimissioni del ministro del Turismo, Daniela Santanché, non c’è molto da dire. Questo vero e proprio cedimento alle ragioni manettare di Marco Travaglio – ragioni che a noi garantisti della prima ora fanno orrore – sembra quasi un atto dovuto da parte della premier Meloni, con lo scopo di minimizzare i danni della batosta referendaria, sebbene sia ancora tutto da vedere se la mossa produrrà effetti realmente positivi per la coalizione di governo.
Una batosta, vorrei sommessamente ricordare, che politicamente stanno pagando le forze politiche che hanno sostenuto la riforma della Giustizia, ma i cui nefasti effetti sono inevitabilmente destinati a ricadere sulla testa di un popolo che nella componente che ha votato No forse non aveva ben capito quale fosse la reale posta in gioco.
Quello che invece mi sembra di poter dire, commentando i lunghi applausi con i quali i deputati dell’opposizione hanno accolto le dimissioni della Santanchè, è che ancora una volta assistiamo ad un uso vergognosamente strumentale della cosiddetta Costituzione più bella del mondo che ne sta facendo da molto tempo la sinistra italiana, eccetto qualche residuale cane sciolto di un riformismo in fase di estinzione.
Per questa gente, che ha difeso a spada tratta la conservazione del vecchio, raccontando tante balle in merito alla riforma Nordio, il secondo comma dell’articolo 27 della legge fondamentale della Repubblica, ovvero quello che garantisce la presunzione di innocenza fino a sentenza passata in giudicato, non esiste.
Quando si tratta di colpire qualunque avversario politico è sufficiente un semplice avviso di garanzia per chiederne a gran voce le dimissioni. Nel caso specifico della titolare del Turismo, sebbene si trovi ad affrontare un solo rinvio a giudizio, un procedimento di fatto congelato, ed un altro in cui risulta per ora solo indagata, oltre a tutta una lunga serie di vicende legate al recente passato, in gran parte andate in prescrizione, qualcuno potrebbe avere l’impressione che forse in questo guazzabuglio ci potrebbe anche essere una sorta di accanimento giudiziario, magari involontario ma sempre di accanimento trattasi.
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Resta il fatto che allo stato attuale, come ha giustamente tenuto a sottolineare la ministra dimissionaria, la sua “fedina penale è pulita”. Una considerazione che ovviamente non vale per gli antichi eredi di un regime diretto col pugno di ferro da un certo Iosif Stalin, nel quale bastava uno starnuto sfuggito nel momento sbagliato per finire i propri anni in un gulag.
E se c’è una differenza tra una dittatura e uno Stato di diritto è proprio quella scritta a caratteri d’oro nel citato articolo 27: siamo tutti innocenti fino a sentenza passata in giudicato. E questo cari compagni, quando cantate “Bella ciao”, dovreste sempre tenerlo a mente.
Claudio Romiti, 27 marzo 2026
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