Casinò Royale, licenza di governare. Mentre Elly Schlein cerca di mettere ordine nel manicomio della sinistra, Giorgia Meloni tiene aperto il casinò della destra. E se la prima deve convincere Giuseppe Conte e Matteo Renzi a non strapparsi i camici, la seconda sorveglia Matteo Salvini e Antonio Tajani, il quale domanda se la proprietà sia stata informata.
La premier ha festeggiato l’en plein di quattro anni a Palazzo Chigi e i suoi alleati hanno applaudito entusiasti. Ora, però, vogliono intascare le proprie fiches. Alla roulette il rosso è in affanno e il nero sembra uscire più di frequente; per questo molti già ordinano champagne sul conto della prossima legislatura. Da underdog a regina di cuori. In FdI, la scala reale della premier serve a giustificare anche le carte degli altri: è solo con lei che si vince qualche mano in più. Tuttavia, per capire chi vincerà, bisogna ancora stabilire chi gioca con chi. Essere la più forte al tavolo non significa avere già vinto il jackpot.
La vecchia Dc conosceva una regola elementare del potere: prima si sistemavano gli alleati, poi si contavano i voti. Oggi i voti si contano lasciando gli alleati fuori. Così, Matteo Salvini rilancia sull’autonomia, vede sulle pensioni e tiene il Ponte, già terremotato dalla Corte dei Conti, come jolly da giocare al momento opportuno. Quando il ministro Giancarlo Giorgetti gli sfiora una manica sussurrando: «Matteo, quelle sono le fiches del bilancio», il Capitano si infastidisce. Massimo Garavaglia ne approfitta e lo sfida con le firme raccolte soprattutto grazie a Fontana e Romeo. Luca Zaia tiene: a carte coperte si resta sempre autorevoli. È noto che il bailamme leghista serve a riconfermare il mazziere e a contare i ribelli, ma conservare la segreteria del partito non basta a ritrovare uno spazio tra Meloni e Vannacci.
Intanto il generale si è trasferito al tavolo del blackjack: il nome gli sembra promettente. Chiede carta, poi ancora carta. Negli ultimi sondaggi ha perso qualche fiches, ma quelle perse non tornano certo nel portafoglio leghista. Sarebbe bastato ascoltare Guido Crosetto, che aveva fiutato il pericolo prima che gli dessero le carte. Meloni deve contenere il mondo al contrario vannacciano senza inseguirlo, mentre Tajani deve prenderne le distanze senza allontanarsi dagli alleati. L’ospite invitato per aggiungere una sedia si è portato via un pezzo del tavolo.
Il segretario di Forza Italia preferisce il gioco silenzioso del baccarat: tono basso, un occhio al palco della proprietà. Accanto, Paolo Barelli, nella parte del bodyguard, controlla gli ingressi: prima di avvicinarsi al segretario, pregasi dichiarare le intenzioni. Da quando manca Silvio, un silenzio della famiglia pesa più di un discorso del leader. Marina e Pier Silvio Berlusconi non devono nemmeno sedersi: basta che si affaccino e tutti ricompongono la postura. L’eredità ha molti interpreti, nessun semplice beneficiario. Stefania Craxi, occhi e orecchie di Marina, osserva la sala, ascolta i bisbigli, lascia agli altri il piacere di scoprirsi. Giorgio Mulè sembra invece già prendere le misure di Palazzo d’Orléans: la poltrona di governatore siciliano è un premio da guardare con discrezione, possibilmente senza farsi sorprendere con il metro in mano da Schifani.
Roberto Occhiuto studia una rinfrescata al locale, cominciando magari da chi assegna i tavoli. Alberto Cirio, Paolo Zangrillo e Licia Ronzulli discutono di aria nuova. Tajani invita a non aprire troppe finestre: le correnti fanno male, soprattutto quando hanno già un candidato. Dietro gli arredi c’è la sostanza: quanto autonoma debba essere Forza Italia da Meloni, chi ne interpreti l’identità liberale e chi possa parlare davvero a nome della casa. Al tavolo di FI arrivano anche le fiches digitali: Tajani punta sui reel, i colonnelli si accomodano su Instagram e TikTok. Da Cirio a Occhiuto, una diretta social per ciascuno: la chiamano coralità, ma somiglia di più al manuale Cencelli dell’algoritmo. Marco Ventura e Alberto Barachini dosano visibilità e suscettibilità.
Gianni Letta è la memoria storica del locale e conosce bene gli ospiti. Quando propone un caffè, qualcuno si rassicura e qualcun altro si preoccupa. Dipende da chi è stato invitato. Silvio Berlusconi sapeva come far sentire tutti speciali, anche quando aveva già deciso il menù. Oggi si discute di coalizione, meno di come renderla conveniente agli alleati. Per chi ha conosciuto Giulio Andreotti, la differenza con la Dc è tutta qui. Le correnti si combattevano, ma agli alleati si lasciava il diritto di contare e perfino di fare bella figura. Nel 1981 il repubblicano Giovanni Spadolini arrivò a Palazzo Chigi: un partito piccolo, una poltrona grandissima. Ai liberali e ai socialdemocratici andavano ministeri veri. Nessuno veniva invitato soltanto per reggere la giacca.
La generosità arrivava anche ai mezzi per fare politica. Basta ricordare Paolo Cirino Pomicino per capire quanto contasse dare agli alleati gli strumenti per contare. Ma la politica costa e gli alleati venivano messi nelle condizioni di esistere e resistere. Oggi li si vorrebbe autonomi nelle spese, irrilevanti nelle decisioni e commossi dalla gratitudine. Poi ci si stupisce se cambiano tavolo. Maurizio Lupi sa quanto valga una fiche modesta quando è l’ultima che manca. Carlo Calenda si presenta come jolly: gli spiegano che non è previsto e ne deduce che va cambiato il regolamento. Dalla Sicilia arriva Cateno De Luca, che pensa già in grande e guarda il casinò come se ne stesse valutando la concessione. Si porta le fiches da casa e domanda quanto costi aprire un tavolo nazionale.
Neppure in Fratelli d’Italia la disciplina elimina i pensieri. Giovanni Donzelli presidia l’organizzazione, Ignazio La Russa conosce gli angoli dai quali si vede senza essere troppo visti, e soprattutto sentiti, quando parla di donna Letizia, che ha più fiches di tutti. Si ragiona di candidature e di posti da proteggere. Tutti celebrano la squadra, poi chiedono dove saranno seduti alla prossima manche. Sui tempi del voto, ciascuno consulta un orologio diverso. Chi è forte vorrebbe giocare subito; chi deve riordinare casa chiede tempo; chi aspetta una promessa teme che il casinò chiuda troppo presto. Ed ecco arrivare il croupier: Sergio Mattarella. Parla poco e conosce a menadito il regolamento. Le prerogative del Quirinale non sono fiches da aggiungere alla puntata. Mattarella è appena tornato dal Principato di Monaco: quasi un corso di aggiornamento.
Nell’Ottocento, Carlo III affidò a François Blanc la fortuna della roulette. A Montecarlo il gioco sosteneva lo Stato; a Roma è lo Stato che deve sostenere i giocatori. Fuori, famiglie che fanno i conti, imprese che aspettano, studenti che sfasciano e gruppi che cercano lo scontro. Il ceto medio, corteggiato nella manovra, teme di essere invitato soltanto per pagare il conto alla fine. Dentro, le sirene arrivano attutite. Si discute di chi guadagnerà voti dal disordine; di ciò che lo alimenta si parlerà dopo la prossima mano. Giorgetti, da quando è entrato, domanda chi pagherà i danni.
La scommessa di Meloni è tenere insieme questa compagnia senza vivere soltanto delle disgrazie del manicomio di fronte. Per i leader del casinò è vitale non finire nella roulette russa, dove basta un colpo per restare fuori dai giochi. Gli alleati, naturalmente, sperano che tocchi all’altro. Giorgia guarda le carte, Matteo rilancia, Antonio controlla. Mattarella alza appena lo sguardo: «Rien ne va plus». Il banco, si sa, vince sempre. E il croupier del Colle non ha nemmeno bisogno di candidarsi. Les jeux sont faits. Agli italiani, la solita stangata.
Luigi Bisignani per Il Tempo 25 ottobre 2026
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