Allora io facevo servizio civile come obiettore di coscienza alla Comunità di Capodarco e avevo deciso di dedicarmi alle attività concrete, fare lavoro d’ufficio anche lì dopo anni a intisichire all’università mi pareva noioso e assurdo. Era l’estate del ’90 e ci eravamo ritrovati, tutti intorno ai 25 anni, provenienti da problemi e disagi diversi, insomma per dirla chiara eravamo quasi tutti giovanotti in fuga da qualche casino e, inevitabilmente, avevamo messo su una cricca di malviventi col cuore: indisciplinati ma generosi, dopo giornate frenetiche di “servizi” la notte rubavamo una macchina e ci perdevamo per ignoti percorsi fino all’alba, a volte con qualche carrozzina fra noi.
Un miracolo ritornare integri. Rientravo alle sei, aprivo il bar e cominciava un’altra giornata. Dopo un anno senza dormire ero ridotto peggio di un tossico, sono stato un altro anno con la febbre, difese immunitarie non pervenute. Ma fu divertente, esaltante e straziante. Era una comunità vera, dura, non quelle faccende residenziali dove oggi mandano giovani mostri per non fargli scontare le pene che meritano.
Nessuna disabilità mancava, e a tutte bisognava far fronte: certi fine settimana restavamo di turno in due per quaranta, sessanta persone e mi capitava di non lavarmi per tutto il tempo, di passare da una piccola emergenza all’altra, addormentandomi o svenendo di colpo dove capitava, completamente vestito. Fumavo due pacchetti al giorno, bevevo almeno una bottiglia e non negherò di avere fatto cose che oggi preferirei dimenticare, incluso guidare con uno spinello in bocca. Ero un delinquente, in quel contesto di disabilità io vivevo, nel modo più immaturo, la mia illusione di essere una rockstar.
Adesso, trentasei anni dopo, io potrei parlare di tutte le commozioni che tengo chiuse in un caveau a forma di cuore, ma qui voglio ricordarmi solo di Chiara, che pesava oltre 100 chili e non aveva mai avuto un momento di vita. Non glielo vedevi il polmone d’acciaio perché stava sdraiata, semisdraiata in carrozzina, en plein air, ma era uguale. Nata totalmente paralizzata, quando io entrai poteva, con fatica strenua, stringere le due dita dove le piazzavamo la sigaretta: quando uscii, un anno dopo, non riusciva più neanche a far quello e la cicca gliela ficcavamo in bocca noi. Fumavamo insieme, facevamo tutto insieme, non c’erano barriere tra disabili e “sani”, salvo che questi ultimi dovevano giustamente provvedere.
Chiara era un quintale di disperazione ma rideva, rideva ai nostri sguaiati tentativi di tenerla allegra. Non voleva vivere ma non era mai pronta a morire. Portarcela in giro era un’impresa, non bastava caricarla sul Ford Transit a bordo della carrozzina rinforzata, c’era da stare attenti guidando perché ad ogni scossone urlava, poi rischiava di ribaltarsi. Tutti noi obiettori dovevamo saper guidare bene, io ero uno dei due, tre ufficiali, perché ci andavo piano, il piede di velluto.
Quell’anno avrò fatto senza esagerare centomila chilometri, molti degli ospiti avevano parenti lontani, una volta con Tonino, il down più dolce del mondo, mi ritrovai a Secondigliano. La settimana dopo con Mariella, che aveva le braccia rigide sul girello e la chiamavamo “Mazinga”, eravamo ad Abano, in Veneto. Portammo anche Chiara, in un paese lì vicino, poca strada, dove aveva qualche parente: quando arrivammo le aprì qualcuno, le disse senza sorridere: che sei venuta a fare. E chiuse la porta. E lei sul furgone piangeva e io bestemmiavo.
Anche lei bestemmiava delle volte, per esempio quando una volta c’era da lavarla e chi era intento fu maldestro, la lasciò cadere in terra e per giunta lui finì sotto e quasi moriva soffocato. E lei con un filo di voce e di lacrime chiedeva aiuto bestemmiando ma nessuno sentiva e quel mio collega non riusciva a urlare sotto quella balena spiaggiata.
Chiara non credo sapesse leggere né scrivere, e, del resto, come avrebbe potuto scrivere? Chiara rideva e piangeva, era un’anima semplice e pesante, pregava e bestemmiava, rideva e piangeva, desiderava sempre morire ma non diceva davvero. Nessuno è mai pronto a morire, neppure lei che stava nel polmone d’acciaio invisibile. Eppure la sua vita aveva senso e non fu inutile.
Se ne sto parlando, e solo questo mio ricordo sopravvive di lei, perché in Comunità sono scomparsi tutti quelli di allora, sostituiti da ospiti nuovi, nuovi strazi di vita e nuove condivisioni, se ne sto parlando è perché da lei ho ricevuto quelle domande senza risposta che da tutta la vita mi torturano. Ma lei, lei poteva anche dire che la sua vita era inutile. Massimo Giannini no. Lui non deve permettersi e non deve dire che è una vittima dei fascisti, degli ignoranti. Se è un uomo, deve assumersi la responsabilità dello schifo che ha detto pubblicamente.
Quelli come lui non hanno mai provato, probabilmente, a fare la doccia a un altro essere umano, a pulirgli il culo, se no non potrebbero mai parlare così, perché non gli passerebbe per la testa. Non potrebbero pensare una cosa del genere. Peccato che a sinistra non glielo rinfacciano, perché la sinistra si vanta sempre, tra le altre cose, di essere l’unica a tutela delle diversità, delle disabilità. E, tanto per cambiare, non è vero.
La Comunità di Capodarco, benché retta, e tuttora, da un sacerdote di sinistra, monsignor Vinicio Albanesi, era di forte sinistra, molto ideologizzata allora, oggi non so, ma sono sicuro che don Vinicio, se ha sentito, avrà scosso la testa bofonchiando come lo conosco: “Ma che coglionata”.
Erano anni che non pensavo a Chiara, alla sua vita inutile che rendeva un piccolo senso, o l’illusione di un senso, a quella nostra, di noi giovani, sani, viziati che avevamo scelto di passare un anno sfidando la sofferenza come fosse un’avventura. E scopavamo le scout in visita, ma qualcosa ogni giorno si conficcava nell’anima. Ne uscimmo cambiati per sempre, non direi più maturi, ma più consapevoli sì. Più fragili e forti. Con qualcosa dentro che non sarebbe passato più. Come una ferita che non cicatrizza.
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Ci ho ripensato sentendo quella ignobile, incredibile uscita di uno che non saprei neanche come definire ma di certo uno sopravvalutato, che casca sempre in piedi, che non ha mai soccorso qualcuno, mai pulito un sedere pensando che il prossimo potrebbe essere il suo. Perché a passare da forti a invalidi è meno di un attimo. E allora la vita che fa, perde valore?
Max Del Papa, 12 maggio 2026
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