Mario Draghi ha scoperto che i giovani sono arrabbiati. Che faticano a trovare lavoro, che non vedono prospettive, che si sentono ignorati dalla politica. Una rivelazione, praticamente. L’ex presidente della Bce ed ex premier, intervistato da Bloomberg sulle proteste giovanili esplose in Europa, si è lanciato in un’analisi che ha il sapore della più scontata delle lezioncine sociologiche. Con un piccolo particolare: a pronunciarla non è un osservatore qualunque, ma uno degli uomini che negli ultimi vent’anni hanno occupato le stanze più importanti del potere europeo.
“Non è affatto semplice spiegare queste rivolte in tre Paesi diversi; ognuno ha le proprie motivazioni specifiche. L’unico elemento che accomuna tutti e tre i casi è che, l’anno prossimo, si terranno elezioni di estrema importanza”, la sua analisi. Poi: “I giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti”. E ancora: “Fanno fatica a trovare un lavoro e si sentono impreparati di fronte a una società che sta vivendo una trasformazione tecnologica rapidissima”. Complimenti per la scoperta. Mancava soltanto aggiungere che gli stipendi sono bassi, le case costano troppo e mettere su famiglia è diventato un lusso. Poi il catalogo delle ovvietà sarebbe stato completo.
Il problema, però, non è tanto quello che Draghi dice. È quello che non dice. Perché individuare il malessere di una generazione senza interrogarsi sulle responsabilità di chi ha governato l’Europa significa raccontare soltanto metà della storia. Chi ha contribuito a disegnare le politiche economiche del continente? Chi ha guidato le istituzioni che hanno condizionato le scelte dei governi? E soprattutto, perché dopo anni di ricette, riforme e grandi proclami, ai ragazzi continuano a mancare quelle opportunità che oggi Draghi sembra scoprire con stupore?
Sia chiaro: attribuire all’ex premier tutte le responsabilità sarebbe una sciocchezza. Ma è altrettanto curioso che uno dei massimi rappresentanti dell’establishment europeo si presenti nelle vesti dell’analista esterno, quasi fosse appena arrivato da Marte. Il disagio giovanile non è un fenomeno meteorologico, non cade dal cielo. È anche il risultato di scelte politiche, economiche e istituzionali sulle quali sarebbe interessante ascoltare qualche riflessione meno generica.
C’è poi un altro aspetto. Comprendere le ragioni della protesta non significa giustificare qualsiasi forma di protesta. Un conto è il giovane che manifesta pacificamente perché non trova lavoro. Un altro è chi approfitta di un corteo per devastare una città, aggredire un poliziotto o saccheggiare un negozio. Il disagio sociale può spiegare la rabbia, ma non può diventare un lasciapassare per la violenza. Una distinzione che dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi ragionamento serio.
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Draghi, invece, si limita a descrivere un problema che conoscono tutti. Nessuna indicazione concreta su come sbloccare la mobilità sociale, nessuna ricetta per restituire competitività e opportunità alle nuove generazioni. Soltanto la consueta diagnosi dall’alto, accompagnata da quella patina di autorevolezza che trasforma persino le banalità in grandi intuizioni.
Ecco, forse i giovani non hanno bisogno dell’ennesimo professore che spieghi loro perché sono arrabbiati. Lo sanno benissimo da soli. Avrebbero bisogno di risposte. E chi ha frequentato così a lungo i vertici del potere dovrebbe essere il primo a fornirle, anziché limitarsi a constatare che qualcosa non funziona.
Massimo Balsamo, 21 ottobre 2026
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