C’è un presidente degli Stati Uniti che si permette di umiliare pubblicamente il presidente del Consiglio italiano. E poi c’è una parte della sinistra che, invece di difendere il proprio Paese, prende i popcorn. Donald Trump, parlando dell’incontro con Giorgia Meloni al G7 di Evian, ha pronunciato una frase semplicemente indegna: “Mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena”. Una spacconata da bullo, una ricostruzione smentita seccamente dalla premier e soprattutto un’offesa che non colpisce soltanto Meloni. Colpisce l’Italia, perché Meloni non era a Evian in vacanza né rappresentava se stessa: rappresentava il governo italiano.
Sembra una distinzione elementare. Eppure, per alcuni professionisti dell’antimelonismo, è già troppo complicata. Appena Trump ha aperto bocca, una parte dell’opposizione ha colto la palla al balzo. Non per respingere l’arroganza del presidente americano, ma per regolare i conti con Palazzo Chigi. Come se la mortificazione internazionale del presidente del Consiglio fosse una buona notizia. Come se, pur di vedere Meloni in difficoltà, si potesse accettare che l’Italia venga trattata da nazione di serie B.
Giuseppe Conte, almeno, parte dal punto giusto. Secondo il presidente del Movimento 5 Stelle, “l’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata. Lo dico da cittadino italiano prima che da politico. È del tutto inaccettabile, poi, che un nostro alleato si permetta di parlare in questo modo dei nostri vertici istituzionali”. Parole nette e condivisibili. Poi, naturalmente, arriva la consueta lezioncina alla premier: “Spero solo che si apra una riflessione per trarre insegnamento da quanto accaduto. La firma di tutto quel che ci viene richiesto, la rincorsa a foto, a prefazioni di libri non può prevalere mai sul nostro interesse nazionale. Dobbiamo rimboccarci le maniche per il nostro Paese, che deve difendere la sua dignità, la sua credibilità, la sua grandezza”.
Conte riesce almeno a ricordarsi, prima di attaccare l’avversaria, di essere stato presidente del Consiglio. Sa dunque che quando un leader straniero dileggia chi guida il governo italiano non sta colpendo soltanto una persona o un partito. Il problema è che anche la sua solidarietà diventa subito una requisitoria politica, fondata peraltro sull’accettazione implicita della versione di Trump: la famosa rincorsa alle fotografie, come se fosse già provato che Meloni abbia davvero implorato qualcuno.
Matteo Renzi, invece, non resiste neppure per pochi secondi alla tentazione del comizio: “Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Cara Presidente, hai finalmente capito che allearsi con quella gente lì significa essere contro l’Italia? Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump: l’Italia merita una classe dirigente che si faccia rispettare nel mondo. Una classe dirigente che non implora, mai. E gli Stati Uniti meritano un inquilino alla Casa Bianca che sappia che cosa è il coraggio, che cosa è il rispetto. La destra mondiale ha fallito: oggi lo ha capito anche la Meloni”.
Ecco il capolavoro: Trump insulta il presidente del Consiglio italiano e Renzi trasforma tutto in un’autopromozione politica. “Buongiorno Giorgia, ben svegliata”, dice. Perché perfino davanti a un’offesa rivolta all’Italia bisogna far sapere al pubblico di aver capito tutto prima degli altri. Trump è orripilante, certo, ma la colpa finale deve comunque ricadere su Meloni. Il bullo pronuncia l’insulto e la vittima viene messa sul banco degli imputati.
Con Angelo Bonelli si va persino oltre: “La dichiarazione di Donald Trump è la diretta conseguenza della politica di subalternità con cui Giorgia Meloni ha costruito il rapporto col presidente degli Stati Uniti. Al posto di Giorgia Meloni mi vergognerei così tanto che mi porrei il problema di farmi da parte. Perché dopo questa figuraccia e aver fatto perdere la dignità all’Italia e agli italiani”. Tradotto: il presidente di un Paese alleato insulta il nostro premier e, secondo Bonelli, dovrebbe dimettersi il nostro premier. Una logica davvero curiosa. Se un capo di Stato straniero attacca il governo italiano, bisogna premiarlo consegnandogli la testa del presidente del Consiglio. Altro che sovranità nazionale: qui siamo all’opposizione in conto terzi.
Nicola Fratoianni riesce poi a confezionare una solidarietà con il freno a mano tirato: “Non so se essere più preoccupato per un Trump ormai senza freni o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale. Verrebbe francamente voglia di esprimere solidarietà a Meloni, se non fosse che tutto questo è il risultato delle sue scelte e della subalternità a Trump”. “Verrebbe voglia”, ma niente. La solidarietà resta sulla punta della lingua, perché l’antimelonismo è più forte perfino dell’orgoglio nazionale. Fratoianni riconosce che Trump è “senza freni”, ma trova comunque il modo di spiegare che Meloni se l’è cercata. È il vecchio riflesso per cui la colpa dell’aggressione, in fondo, ricade sempre sull’aggredito, purché l’aggredito sieda dalla parte sbagliata del Parlamento.
Per fortuna non tutta l’opposizione ha perso la bussola. Dal Partito Democratico, il senatore Filippo Sensi commenta: “Solidarietà a Giorgia Meloni per le parole inqualificabili di Trump. Nessuno può permettersi questo tono arrogante con chi guida il governo italiano. Tutto mi separa da Meloni e dalla destra, che millantava di fare da ponte. Ma nessuno può trattare l’Italia in questo modo”. Ecco. Si può essere lontanissimi da Meloni, contestarne le alleanze, le scelte, la politica estera e perfino la simpatia mostrata in passato verso Trump. Ma esiste un momento nel quale la polemica interna deve fermarsi. Quel momento arriva quando un leader straniero tratta con disprezzo chi rappresenta l’Italia.
Carlo Calenda lo dice con la consueta brutalità: “Trump è un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che Giorgia Meloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione”. Non serve essere meloniani per capire il punto. Non serve neppure credere che la politica seguita dal governo verso Washington sia stata sempre impeccabile. Basta conservare un minimo di senso delle istituzioni. Prima si respinge l’offesa. Poi, a casa nostra, si torna a litigare. Lo stesso principio viene espresso senza ambiguità da Luigi Marattin: “Quando un capo di Stato estero (indegno rappresentante pro-tempore di una nazione baluardo di dignità, libertà e democrazia) insulta il nostro Primo Ministro, la politica deve reagire compatta. Non è una questione di destra, sinistra o centro. Ma di dignità nazionale”.
Questa è la differenza tra opposizione e faziosità. L’opposizione contesta il governo, ma riconosce che esistono interessi e istituzioni superiori alla convenienza di partito. La faziosità, invece, spera che ogni attacco esterno possa diventare una spallata interna. Non importa se a essere ridicolizzato è il presidente del Consiglio italiano: l’essenziale è poter dire che Meloni ha fallito. Trump merita una risposta durissima. Non soltanto perché le sue parole sono volgari, arroganti e incompatibili con il rispetto dovuto a un alleato, ma perché il presidente americano sembra considerare i rapporti internazionali come un interminabile spettacolo personale, popolato da supplicanti, vincitori e vinti. Ma proprio per questo la politica italiana dovrebbe mostrarsi compatta. Non per proteggere Giorgia Meloni dalle critiche, che sono legittime e necessarie. Per proteggere il ruolo che ricopre e il Paese che rappresenta.
Chi oggi ha difeso Meloni pur essendo suo avversario ha dimostrato serietà istituzionale. Chi ha approfittato dell’attacco di Trump per umiliarla ancora di più ha dimostrato soltanto una cosa: per certa sinistra, pur di colpire il nemico politico, si può mettere persino l’Italia in fondo alla fila. E poi sarebbero loro quelli che danno lezioni di dignità nazionale.
Massimo Balsamo, 19 giugno 2026
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