C’è un punto che rende l’intera operazione politica post referendaria di Giuseppe Conte ancora meno credibile di quanto già appaia: non solo non è un volto nuovo, ma è un leader che ha già governato a lungo — e male — e che oggi prova a comportarsi come se quel passato non esistesse.
Per quasi mille giorni è rimasto a Palazzo Chigi, attraversando con disinvoltura maggioranze opposte, alleandosi prima con la Lega e poi con il Partito Democratico, sostenendo politiche tra loro incompatibili. Non è stata duttilità istituzionale: è sembrato piuttosto un esercizio continuo di trasformismo, una disponibilità a tutto pur di restare al potere. La coerenza sacrificata sistematicamente, la linea politica piegata alle convenienze del momento.
Ma ciò che pesa davvero è il bilancio concreto di quella stagione. Non slogan, ma provvedimenti.
Il reddito di cittadinanza, presentato come misura rivoluzionaria contro la povertà, si è rivelato nel tempo uno strumento costoso, difficile da controllare e incapace di incidere strutturalmente sul mercato del lavoro. Più assistenzialismo che politica attiva, più consenso immediato che riforma duratura. I decreti sicurezza hanno prodotto tensioni e polemiche, lasciando in eredità un impianto normativo contestato e in parte smontato successivamente. Anche qui, più propaganda che soluzione efficace.
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E poi il capitolo più pesante: il Superbonus. Una misura nata con l’obiettivo di rilanciare l’edilizia e migliorare l’efficienza energetica, ma degenerata in un meccanismo fuori controllo, con costi enormi per lo Stato e distorsioni evidenti nel mercato. Una delle operazioni più onerose e controverse degli ultimi anni, i cui effetti continuano ancora a gravare sui conti pubblici.
A tutto questo si aggiunge una gestione politica segnata da continui compromessi al ribasso, da una mancanza di visione strategica e da una navigazione a vista che ha prodotto più emergenze che soluzioni. Due governi diversi, ma un filo conduttore comune: l’assenza di una direzione chiara e coerente. Eppure oggi Conte torna sulla scena con toni assertivi, quasi da arbitro del dibattito pubblico. È qui che la critica si fa inevitabilmente più dura: chi ha già avuto il massimo delle responsabilità e non ha lasciato risultati solidi non può permettersi di impartire lezioni.
C’è anche un elemento personale che emerge con forza: una certa vanità politica, la tendenza a rimettere sempre se stesso al centro, a inseguire un ritorno più legato all’ego che a una reale autocritica. Dopo aver cambiato alleanze e posizioni pur di restare al vertice, oggi prova a ripresentarsi agli elettori con una nuova verginità. Ma la politica non è un esercizio di memoria selettiva. Gli italiani possono anche dimenticare i dettagli, ma difficilmente dimenticano la sostanza: un’esperienza di governo lunga, contraddittoria e segnata da provvedimenti che hanno lasciato troppi problemi e poche soluzioni.
E allora la domanda sorge inevitabile: su quale base Giuseppe Conte pensa di poter tornare a guidare il Paese — e soprattutto, con quale credibilità può permettersi di dire agli altri cosa fare?
Salvatore Di Bartolo, 25 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


