Ti conosco, mascherina (“e ti ucciderò alle prime luci della ribalta”: Renato Zero, “Ciao, Nì”, 1979, un documusicfilm che anticipava la favola sua e pure quella di MTV). E i telegiornali, muti, ma ci arriviamo tra poco. È la sporca faccenda, se e quanto davvero sporca lo scopriremo solo vivendo, indagando, ma anche no (hanno vinto i No, la Costituzione è salva, la Repubblica pure, Repubblica meno, la democrazia più, i 5 Stelle chissà, il Fatto mica tanto, la magistratura è viva e lotta insieme a loro) è la faccenda, dicevamo, che balla da anni, delle mascherine necessarie (non in senso sanitario ma affaristico evidentemente sì) in tempo di Covid, che si insinuano agevolate, veicolate, unte mascherine da oleosi contatti fra imprenditori e emissari della politica per sbloccare la consegna dei lacerti blu ma solo dopo una lubificatina; ed è appena riuscita fuori in una testimonianza dal sen fuggita della commissione Covid.
La vicenda è abbastanza contorta nella sua schematicità e non facilissima da riassumere: ci proviamo: il solito presunto giro di agganci e di affari che passano per il potere. Cercando di semplificare all’osso, c’è una testimonianza del rappresentante di Jc Electronics, Dario Bianchi, che racconta di una richiesta da parte dell’avvocato Luca Di Donna per un pagamento in percentuale sui contratti di fornitura di mascherine in cambio di una mediazione con la struttura guidata dall’allora commissario Arcuri; rivelazione naturalmente tutta da valutare, ma si collega, e aggiunge elementi, ad altra circostanza, già riferita dall’imprenditore Giovanni Buini, su una presunta “tangente” richiesta sempre da Di Donna più o meno per gli stessi fini. Analogie dilaganti, elementi ricorrenti che inducono il sospetto di un sistema, uno schema, appunto. Il solito.
Sostiene Buini, l’umbro, che due legali a loro dire collegati a Conte, Luca Di Donna e Gianluca Esposito, avrebbero avanzato una mediazione ambigua per un contratto da 60 milioni di euro relativo a una partita da 160 milioni di mascherine da vendere allo Stato italiano. Buini è quello che nell’aprile del 2020, a emergenza esplosa, aveva già fornito con la sua Ares Safety Srl un milione di mascherine alla struttura commissariale di Arcuri e stava in trattativa per ulteriori commesse, una da due milioni e un’altra da 160 milioni di pezzi; gli presentano gli avvocati Esposito e Di Donna in ruolo di intermediari, Di Donna in particolare si palesa come amico, collega e fedelissimo di Conte, in quel momento premier, Buini apprende che ulteriore incontro viene fissato nello studio legale di Guido Alpa, mentore sia di Di Donna che, notoriamente, di Conte. Poi arrivano, arriverebbero, le richieste, altissime, insostenibili, che rendono l’affare improponibile.
Vicenda tutt’altro che inedita, al punto che se ne aprì a suo tempo un fascicolo in Procura a Roma: c’era o non c’era la struttura corruttiva? Conte si giurò “assolutamente all’oscuro”, alla fine la procura chiese l’archiviazione e tutto parve risolto. Dimenticato. Senonché, durante l’audizione in Commissione Covid lo scorso gennaio, Buini torna a riferire di Esposito il quale “disse che lui e Di Donna, qualora ce ne fosse stato bisogno, avrebbero potuto agevolarmi o crearmi delle opportunità di lavoro con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, sempre facendo riferimento alla vicinanza del Di Donna al Presidente del Consiglio (Giuseppe Conte, ndr)”. Cioè conferma tutto e tutto quello che già aveva raccontato a Report: per lui, la richiesta di 13 milioni di euro su una fornitura di 160 milioni di mascherine, avanzata a suo dire dai legali Esposito e Di Donna, era una tangente fatta e finita.
Non finisce, invece, la storia perché in una ulteriore audizione, questa di ieri, un altro imprenditore, Dario Bianchi, rappresentante della Jc Electronics Srl, tira in ballo anche lui i soliti due legali in relazione a un contenzioso, sempre della tarda primavera 2020, in corso tra la sua azienda e la struttura commissariale, originata dalla mancanza di pagamenti per le forniture effettuate dalla Jc Electronics. Il pattern non cambia di una virgola: soliti avvocati, medesimo studio Alpa come sede dell’incontro, seguono altri incontri, altri generali, come Ventriglia, advisor per la logistica nella struttura commissariale di Arcuri, ndr, e qui la storia s’ingarbuglia sempre di più; il succo è che la lite si può risolvere a prezzo di “contrattualizzare le attività che sarebbero state svolte”, cioè, fuor dalle formule alla vasellina, versando una mazzetta del “10% del fatturato delle forniture, anche rispetto ad ulteriori contratti”. Non se ne fa niente e le mascherine importate da Jc Electronics cominciano ad avere vita difficile.
Gli elementi ricorrenti a questo punto sono chiarissimi, sempre tenendo conto che si tratta di circostanze riferite da imprenditori coinvolti e che c’è già stata una soluzione per archiviazione; certo però che, tornando a galla queste coincidenze esoteriche, l’opposizione di allora, divenuta forza governativa di oggi, insomma Fratelli d’Italia, a ruoli invertiti, ci soffia sopra, dice che Conte deve riferire, togliersi dalla commissione, non farsene scudo, deve fare chiarezza, “non può essere considerato ‘normale’ che un collega del presidente del Consiglio allora in carica incontrasse presso lo storico studio legale del presidente del Consiglio allora in carica degli imprenditori proponendo loro di agevolare la risoluzione di problemi con l’Amministrazione dello Stato a fronte del pagamento di una percentuale sui contratti conclusi per milioni di euro… Fratelli d’Italia continuerà ad impegnarsi a tutti i livelli per fare chiarezza sullo scandalo delle mascherine non a norma acquistate ai tempi del Commissario Arcuri da aziende cinesi neocostituite ed estranee alla ‘white list’ fatta circolare dal governo di Pechino, mentre agli imprenditori italiani avvocati sedicenti amici dell’allora premier chiedevano percentuali a fronte di non ben specificate attività di consulenza che avrebbero garantito entrature. Su questa pagina opaca va fatta chiarezza, accertando tutte le eventuali responsabilità”.
E vabbè. È la politica, bellezza. Ovvero sangue e merda, tuoni e fulmini annunciati, a volte di cartone. A noi questo non pertiene. Ci preme invece qualche considerazione laterale. Intanto, che tacciono distratti i forcaioli che si rotolano per un selfie ballerino di Meloni con un mafioso che all’epoca non era conosciuto come mafioso, se mai una specie di influencer che s’infilava dappertutto più dell’altra Conte, quella di Piantedosi, e si era sparato ulteriori selfie con attori de sinistra da Favino a Amendola i quali hanno subito precisato: “Non potevamo sapere chi fosse”. Loro sì, donna Giorgia mai. Poi la curiosa distrazione del Fatto Quotidiano, testata in qualche difficoltà, per altri versi così attenta a cucinar bistecche. Sicuramente gli è sfuggito, perché non possiamo pensare che un giornale come il Fatto, proverbialmente a schiena dritta, fuori dai poteri e dai palinsesti, dalla televisioni, possa anche lontanamente coprire le voci intorno a Conte. E poi, ecco, le televisioni: la faccenda resta tutta da approfondire, anzi diciamo pure che è una bolla di sapone, che finirà per scoppiare, tutto quello che si vuole, resta peerò che è uscita da una doppia testimonianza in commissione Covid, che è una commissione parlamentare, una istituzione: bene, dove stanno i telegiornali, in particolare (ma non solo) di regime, di Stato? Se ne sente meno che poco, se ne sente niente.
Questa è la cosa che vorremmo rimarcare qui, non essendo noi provvisti di certezze manettare come gli amici degli amici giudici che votando No hanno salvato il Paese civile e democratico: che alla palla di Telemeloni possono credere i cretini, i grillini o certi in malafede. Intendiamoci, il nuovo potere ha farcito anche la Rai di se stesso: ma lì dentro, a comandare, sono sempre quelli di ieri e, chissà, di domani. Basta un semplicissimo cronometro da pignoli a verificarlo, il tempo riservato alla sinistra, e in essa particolarmente a Conte, è strabordante anche rispetto a Meloni che piaccia o non piaccia (e non piace) è la premier; nei tg Rai, due sono i padreterni, il primo è Mattarella che vince senza combattere, qualsiasi cosa faccia, dica, pensi, medagli, riceva, presenzi, piovono sorridenti servizi che manco in Corea del Nord; l’altro, per distacco ma ottimo secondo, è il Conte: come dice Conte, dichiara Conte, Conte chiede chiarezza, Conte attacca, Conte marcia, Conte denuncia. Poi tocca alla Lella e, con uno spazio spropositato rispetto al peso, Ilverdebonelli, alla fine arriva Giorgia, bontà loro, ma sempre un po’ di straforo, con insofferenza asettica: per dire, sulla faccenda del selfie col mafioso i tg in particolare l’Uno hanno indugiato per decine di servizi e minuti sulle opposizioni che, naturalmente, “attaccavano”; quindi hanno riportato il commento social della interessata, ma in modo sbrigativo e quasi a voler suggerire: seh, vabbè, questo lo dice lei. Non è solo un fatto di tempi, c’è anche la malizia iconografica: invalsa a La7, La9, non sconosciuta a Mediaset, consueta sulla Rai, elevata ad arte a Rai News 24 dove, per ricorrenti inconvenienti, Meloni viene ritratta in fermo immagine con la bocca aperta, gli occhi voltati all’insù, l’espressione ebete o volgare (vecchio trucco, basta il frammento di un attimo e ce la fai anche con santa Maria Goretti). TeleMeloni un par de palle, a stilare l’agenda e a menare la danza son sempre quelli, come se sapessero, in effetti sanno o almeno immaginano, cosa si va a preparare. A comandare. Vi conosciamo, mascherine. E, sotto le mascherine, avete le solite facce da paraculi.
Max Del Papa, 9 aprile 2026
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