Politico Quotidiano

Conte spariglia il campo largo e si candida: “Sì alle primarie”

Dopo il referendum la sinistra brinda, ma il leader pentastellato - a urne calde - rimette al centro il nodo della leadership

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C’è sempre un momento, dopo ogni risultato politico, in cui il racconto prende il sopravvento sui fatti. Ed è quello che sta accadendo in queste ore, con la vittoria del No al referendum sulla giustizia che viene letta, soprattutto a sinistra, come un segnale politico importante, quasi un anticipo di ciò che potrebbe accadere alle prossime elezioni politiche. Un clima comprensibile, per certi versi, perché ogni vittoria tende naturalmente a essere amplificata. Ma dentro questo entusiasmo si muove già qualcosa di più complesso. Giuseppe Conte, infatti, non si limita a registrare il risultato. Lo interpreta, certo — parlando di “grandissima partecipazione democratica” e di “chiara, sonora vittoria del No”, fino a definirlo “un avviso di sfratto a questo governo” — ma allo stesso tempo apre un altro discorso, che riguarda il futuro degli equilibri nel campo dell’opposizione.

Quando dice che il Movimento 5 Stelle si apre alla prospettiva delle primarie, “veramente aperte”, non sta semplicemente proponendo uno strumento. Sta introducendo un tema politico che, fino a questo momento, era rimasto sullo sfondo. Quello della leadership. Non è una forzatura, né necessariamente una rottura. È piuttosto il segnale che il percorso verso un’alleanza ampia — il cosiddetto campo largo — è ancora in costruzione. E che, come spesso accade in queste fasi, alcune questioni decisive non sono ancora state sciolte.

Per Conte l’obiettivo è fornire “un’occasione” ai cittadini per “contribuire a una discussione ampia per individuare il candidato o la candidata più competitivo e il migliore interprete del programma”. In questo quadro, la posizione di Elly Schlein diventa inevitabilmente centrale. Non perché sia messa direttamente in discussione, ma perché la proposta delle primarie implica, per definizione, una competizione aperta. Ed è naturale che questo introduca un elemento di riflessione anche all’interno del Partito Democratico. Conte, da parte sua, si muove con una certa coerenza rispetto alla sua linea degli ultimi mesi. Da un lato mantiene un profilo dialogante, senza chiudere alla costruzione di un’alternativa comune. Dall’altro, però, rivendica un ruolo attivo, non subordinato, all’interno di quel progetto. Le primarie, in questo senso, diventano uno strumento per tenere insieme queste due esigenze: apertura e autonomia.

È anche una questione di tempi. Mentre una parte del centrosinistra è ancora concentrata sulla lettura del risultato referendario, Conte guarda già alla fase successiva, quella in cui bisognerà trasformare i segnali politici in una proposta concreta di governo. E in quella fase, inevitabilmente, emergeranno differenze di impostazione, di priorità, di leadership. Non è detto che questo rappresenti un problema. In molti casi, anzi, il confronto può rafforzare un’alleanza, renderla più solida e più credibile. Ma è altrettanto evidente che il percorso non sarà automatico e i partiti dell’aspirante campo largo sembrano avere idee e prospettive diverse su tutto o quasi.

La sensazione, insomma, è che la vittoria del No abbia aperto una finestra politica, ma non abbia ancora definito ciò che c’è dall’altra parte. E in quello spazio si inserisce la mossa di Conte, che prova a orientare il dibattito e a ritagliarsi un ruolo in una partita che è ancora tutta da giocare. Più che rompere gli equilibri, li mette alla prova. E, in fondo, ricorda a tutti che prima ancora di presentarsi come alternativa, il campo largo dovrà chiarire a se stesso quale forma vuole assumere. E soprattutto chi sarà chiamato a rappresentarlo.

Franco Lodige, 23 marzo 2026

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