Elly Schlein voleva il suo debutto internazionale, comprensibile per chi aspira a essere l’erede di Giorgia Meloni. Doveva essere la passerella perfetta: il volto nuovo della sinistra italiana, la leader pronta a vestire i panni del “premier ombra” dopo il successo del No al referendum e le crepe nel governo. Scenario elegante, platea internazionale, riflettori accesi. Mancava solo una cosa: le risposte.
A rompere il copione è bastata una domanda semplice e brutale, di Christian Schubert della Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Quando ascolto le sue richieste sento un sacco di spese. La domanda è: come finanziare tutto questo? Con più tasse, spaventando gli investitori, o con più debito?”. Tradotto: chi paga? E qui la narrazione si inceppa. E le supercazzole sono dietro l’angolo.
La Schlein prende la parola e parte per la tangente europea, rifugiandosi in un racconto che sa più di aula universitaria che di guida politica. “Negli anni precedenti all’emergenza Covid sono stata parlamentare europea ed eravamo in pochi in quell’Aula a chiedere un Piano europeo di investimenti comuni…”. E via così, tra richiami al passato, pandemia, solidarietà tra Stati e nuovi equilibri geopolitici. Peccato che la domanda fosse un’altra.
Perché quando si arriva al dunque, la segretaria del Pd non chiarisce nulla. Invoca un grande piano europeo, parla di industria, cita persino un Nobel — Giorgio Parisi — con l’idea di “un Cnr europeo sull’intelligenza artificiale”. Suggestivo, certo. Ma siamo ancora nel mondo delle intenzioni, non dei numeri. Anche perché poi Parisi è un Nobel per la Fisica, che c’entra con l’Economia?
Poi il catalogo continua: piano sociale europeo, emergenza abitativa, transizione ecologica. Tutto giusto, tutto condivisibile. Ma tutto senza una riga di coperture concrete. Un elenco della spesa senza il portafoglio. E infatti, solo alla fine — quasi per caso — arriva il tentativo di risposta: “La voglio rassicurare: all’ultima legge di Bilancio abbiamo presentato come forze progressiste una serie di emendamenti tutti con le coperture. Il salario minimo per esempio si può fare a costo zero. E tre miliardi per gli infermieri si possono trovare tagliando i sussidi ambientalmente dannosi”.
Ecco, appunto: la solita ricetta. Tagli generici, coperture indefinite, slogan buoni per il talk show ma fragili davanti a una platea internazionale. Il copione si ripete anche sulla politica estera. Alla domanda — legittima — sui rapporti energetici con l’Algeria, Schlein evita il punto e devia sulle rinnovabili, infilando una stoccata al governo per la mancata Giga Factory di Termoli. Anche qui: nessuna risposta netta, solo un cambio di argomento.
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Il risultato? Una leader che ambisce a Palazzo Chigi ma che – quando viene messa sotto pressione – mostra tutti i limiti di una linea politica più ideologica che concreta. Tante promesse, pochi numeri. Tante parole, zero conti. E mentre lei si immagina già a guidare il Paese, una parte della stampa internazionale — non solo quella tedesca — resta con una domanda molto semplice: chi paga tutto questo?
Franco Lodige, 27 marzo 2026
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