E ora mi sfogo, perché dopo il rito referendario dico quello che voglio su chi ha votato.
Voto dei giovani
I giovani tra i 18 e i 28 anni sono andati a votare, evviva, grande notizia. Sembra che abbia prevalso largamente il No. Peccato: sono gli stessi giovani che in Inghilterra non hanno votato al momento della Brexit, salvo poi dolersene per le tante occasioni che hanno perso.
I nostri giovani, al netto di quelli che rimarranno inoccupati, di quelli che si dedicheranno a sostenere concorsi pubblici alla ricerca del posto fisso, di quelli che vivranno a casa di mamma e papà fino ai 40 anni e che finiranno per restare nella stessa casa per morte dei genitori, di quelli che «ho una laurea in sottomuro scientifico, non accetto uno stipendio da fame», di quelli che «il lavoro è un diritto», saranno costretti – i pochissimi rimasti: professionisti, imprenditori, magistrati ecc. – ad accorgersi del danno fatto solo tra qualche anno, a meno che qualche politico coraggioso come la Meloni abbia ancora la voglia di provare a cambiare qualcosa nella magistratura.
Voto dei vecchi
Anche loro sono quelli della Brexit, dell’egoismo contro i giovani, quelli che «ci avete rubato il futuro». In Italia, portati anche in barella ai seggi, hanno «salvato la Costituzione» e incarnato i valori della Resistenza. Naturalmente hanno smesso di lavorare e vivono di pensione (guadagnata o sociale) e, forse per un riflesso condizionato, farebbero di tutto per tutelare un sistema giudiziario disegnato e sostenuto da Mussolini e Grandi, rivivendo un poco della giovinezza dimenticata.
Voto al Sud
Sono quelli che «lo Stato ci deve tutelare», che fanno le fiaccolate per le retate dei magistrati salvo poi tacere quando tutti i retati vengono rimessi in libertà perché «il fatto non sussiste». Quelli che, con la licenza elementare e facendo i muratori, sicuramente discettano di separazione delle carriere e di Alta Corte. Quelli che, dopo una lunga carriera nella PA al servizio della municipalizzata di Collevento di Sotto, il venerdì prendono il pullman del sindacato e vanno a Roma a protestare per la guerra a Gaza.
Voto per o contro
Sono quelli che votano per salvare la Costituzione, per difendere la magistratura, perché non vogliono un magistrato supino al governo, perché hanno paura di un PM superpoliziotto, perché si deve salvaguardare l’equilibrio tra i poteri. Sono quelli che votano contro la Meloni che gli sta sulle palle, contro Nordio che non caccia la capo di gabinetto, perché non vogliono che i PM siano limitati nelle loro prerogative. Sono quelli che votano No perché tanto vale tutto.
Voto per reddito
Sono quelli che votano no perché «ho preso il reddito di cittadinanza e lo rivoglio».
Voto capalbiese
Sono quelli che «io non voto perché è inutile, ma ieri mentre raccoglievo i ravanelli biologici in giardino ho sentito un podcast di Barbero che mi ha convinto». Quelli che non leggono un libro (che non sia un Lonely Planet) da dieci anni e citano Calamandrei, analizzano Vassalli e smentiscono Cassese mentre giocano a gin rummy con il cameriere filippino che parla solo inglese.
Voto bipolare
Sono quelli che votano No pur essendo favorevoli alla riforma perché «se vince il Sì sono contenta ma se vince il No godo. Per me è come nel calcio: quando il Milan vinceva ero contenta e quando perdeva ero contenta lo stesso perché Berlusconi soffriva».
Voto svizzero
Sono quelli che «noi in Svizzera sappiamo votare ai referendum perché in un paese sinceramente democratico il cittadino decide anche se mettere un semaforo», e poi ti dicono che votano No perché la Meloni è una burina.
Voto all’estero
Sono quelli iscritti all’AIRE (italiani residenti all’estero) che, guadagnando in sterline, dollari, yen oltre che euro, e volendo tornare in un paese che riconoscono, votano Sì perché in tutti i paesi dove vivono e lavorano la giustizia funziona come nella riforma Meloni.
Voto in Italia
È quando gli italiani votano ai referendum che ti fanno pensare che il suffragio universale sia un’idea un poco sopravvalutata. Perché possono votare alle politiche e alle amministrative, dove il voto è rivolto a fatti e persone che conoscono, ma non ai referendum dove la responsabilità del voto prevede anche lo studio della proposta e il voto è decisivo.
In alternativa si può fare come a Roma per decidere se mettere a gara il servizio di trasporto pubblico locale – ATAC. Il «Sì» ha vinto con un’ampia maggioranza (oltre il 75%), ma l’affluenza è stata bassa (circa il 17%), rendendo il risultato fantastico: il TAR nel 2019 lo considera valido, la Raggi (inopinatamente sindaco) proclama la vittoria dei Sì ma dice che comunque l’ATAC doveva restare pubblica….
Perciò ora al lavoro con le leggi ordinarie che tanti sostenitori del No hanno proposto con precisione. Almeno su quelle la totalità degli italiani è sicuramente d’accordo.
Antonio De Filippi, 25 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


