Bologna ama definirsi aperta, libera, inclusiva. Ma aperta a chi? E a che cosa? Ieri, il padre di due bimbe iscritte a un nido comunale ha denunciato pubblicamente alcune letture proposte ai bambini per “gettare i primi semini” della cultura gender fin dall’infanzia, per far capire che si può diventare maschi o femmine, principi o principesse. Parliamo della fascia d’età 0-3. I nidi comunali in questione sono il Baiesi e il Lepido, e i libri menzionati sono “Piccolo Uovo” e “Nei Panni di Zaff”. Ogni persona e ogni famiglia meritano rispetto. Ma chi decide quali contenuti proporre a bambini sotto i tre anni? È corretto farlo senza interpellare i genitori?
Ancor più gravi sono le parole che il padre riferisce di aver ricevuto da una pedagogista: “C’è un mandato politico culturale preciso e si cominciano a gettare i primi semini fin dall’infanzia”. Gli sarebbe stato detto che questa è l’impostazione di tutti i nidi di Bologna e che chi non è d’accordo non ha alternative. E ancora: “Non vi preoccupate perché tanto siete voi a casa che potete dare loro i valori, noi presentiamo solo la nostra impostazione e non ci sarà nessun problema se è diversa da quella che c’è a casa”.
Il Comune deve chiarire se esiste davvero questa impostazione. Se fosse confermata, sarebbe gravissimo. Da quando un nido deve eseguire un mandato politico-culturale da parte di chi ha vinto le elezioni? Chi lo ha stabilito? E perché non dovrebbe essere un problema proporre messaggi educativi contrastanti, lasciando alle famiglie il compito di gestirli? Un nido pubblico dovrebbe costruire un’alleanza con i genitori, non “seminare” la visione della maggioranza che governa la città.
Il padre ha annunciato che ritirerà le figlie e dovrà rivolgersi a una struttura privata. Chi non condivide certe scelte deve rinunciare al servizio pubblico e pagare di tasca propria per avere un’alternativa? Questo è il pluralismo che Bologna dice di rappresentare? Quando il ministro Valditara ha varato la legge sul consenso scolastico informato, che chiede di coinvolgere preventivamente le famiglie per avere il loro consenso su attività legate a temi delicati come l’affettività o l’identità di genere, è stato fortemente criticato. Ora, davanti a questi fatti, capiamo ancora di più perché è importante che ci sia questa norma: i genitori devono essere protagonisti delle scelte educative che riguardano i propri figli, a meno che non sia stata tolta loro la patria potestà per motivi gravi. Questo è vero sempre, tanto più quando si parla di bambini di appena uno, due o tre anni.
C’è un altro fatto, accaduto oggi a Bologna, che dice del clima che si respira in città. L’Accademia delle Scienze avrebbe dovuto ospitare il 15 ottobre il convegno “Disforia di genere nei minori. Evidenze scientifiche, scelte di cura e diritti”, con la giornalista Alessandra Arachi, con Marco Del Giudice e Assuntina Morresi, Vice Capo di Gabinetto della Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità. Al centro dell’incontro, la triptorelina, usata anche per sospendere lo sviluppo puberale, e gli interrogativi clinici ed etici legati a questa profilassi. Il convegno è stato annullato a ventiquattr’ore dall’inizio, dopo che era stata annunciata una protesta.
Il coordinamento studentesco Link aveva infatti annunciato una manifestazione, denunciando la mancanza di contraddittorio. Il presidente dell’Accademia, Giuseppe Sassatelli, ha spiegato che l’annullamento dipende dall’assenza di posizioni diverse tra i relatori, non dalle contestazioni. La giornalista Arachi ha raccontato di aver cercato proprio quel confronto, invitando tra gli altri Alessandro Zan, Vittorio Lingiardi e Roberta Parigiani del Movimento persone trans, senza ottenere adesioni. Ha perfino offerto ai contestatori di intervenire come relatori, ma non hanno accettato.
Se chi sostiene una posizione diversa rifiuta di partecipare, agli altri deve essere impedito di parlare? L’Accademia conosceva da tempo il programma: perché annullare alla vigilia? Protestare è un diritto, discutere anche. Un’istituzione scientifica dovrebbe promuovere il confronto sulle questioni controverse, non spegnerlo. Qui parliamo della salute di bambini e adolescenti. La disforia di genere può provocare sofferenze profonde e richiede ascolto, valutazioni specialistiche, attenzione alle fragilità psicologiche e relazionali, coinvolgimento delle famiglie. Accogliere non significa confermare automaticamente un desiderio o un dubbio. Ho incontrato genitori che si sono sentiti soli davanti a scelte decisive per i loro figli. Anche a loro dobbiamo rispondere.
L’Inghilterra offre un importante termine di paragone per valutare l’approccio all’impiego dei farmaci che bloccano la pubertà nei casi di disforia di genere. Dopo la revisione indipendente coordinata dalla pediatra Hilary Cass nel 2024, che ha evidenziato la debolezza delle prove scientifiche disponibili sui bloccanti della pubertà, il servizio sanitario inglese ha escluso questi farmaci dai trattamenti ordinariamente offerti ai minori con disforia di genere. Ha adottato un approccio più prudente anche alla transizione sociale in età prepuberale: cambiare nome e ruolo sociale non è una scelta medica, ma non per questo va considerata priva di possibili conseguenze. La prudenza serve a proteggerli, non ad abbandonarli.
Dal settembre 2026, inoltre, in Inghilterra nuove indicazioni scolastiche chiedono di non presentare come fatti idee controverse sull’identità di genere, di rispettare l’età degli alunni e di consultare i genitori sui materiali utilizzati.
In Italia, invece, è stata addirittura fatta dalla Società Italiana di Pediatria (SIP) e dall’Associazione Culturale Pediatri (ACP) una guida che va esattamente nella direzione opposta. Sono state necessarie più di 400 firme di pediatri e neuropsichiatri perché non fosse presentata all’Istituto Superiore di Sanità. La guida definisce “l’affermazione sociale” in età prepuberale reversibile e priva di implicazioni mediche; racconta di un bambino che a tre anni chiede di essere chiamato Anna e che, all’ingresso alla primaria, ottiene una carriera alias; classifica fra le espressioni potenzialmente offensive perfino “è solo una fase”. SIP e ACP hanno precisato che non si tratta di un protocollo clinico né di un modello generale. Ma perché escludere a priori che un vissuto infantile possa essere transitorio? Perché intervenire subito con l’assunzione di farmaci, sclerotizzando scelte precoci?
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Condivido le preoccupazioni espresse dalla Garante nazionale per l’infanzia, Marina Terragni, che ha contestato pubblicamente la guida, giudicando “impensabile la transizione sociale a tre anni”. Terragni ha anche annunciato, l’8 ottobre, l’uscita dell’Autorità italiana dalla rete europea ENOC: secondo la Garante, non le è stato consentito pubblicare le motivazioni del voto contrario a una dichiarazione sui diritti dei minori LGBTQIA+. Un’altra vicenda che pone una questione elementare: il dissenso può essere espresso e argomentato, oppure va semplicemente messo da parte?
Il filo comune è evidente: libertà educativa nei nidi, libertà di confronto nell’Accademia, prudenza in medicina. Principi che nessuna idea di progresso può sacrificare. Chiedo al Comune di chiarire le parole attribuite alla pedagogista, gli indirizzi seguiti nei nidi e il coinvolgimento dei genitori. Alle istituzioni culturali chiedo di difendere il confronto anche con chi dissente. Bologna non può dirsi aperta se l’apertura finisce dove iniziano le domande degli altri e i bambini diventano il terreno su cui “seminare” l’ideologia di una maggioranza.
Elena Ugolini, 17 ottobre 2026
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