Ricordate Stefano Bonaccini e la polemica sugli elettori di destra che avrebbero studiato poco? Bene. A distanza di poco più di due mesi, il presidente del Partito democratico finisce al centro di una nuova bufera. Stavolta non per un’analisi sociologica del voto, ma per qualcosa di molto più semplice: aver pubblicato sui propri social una fotografia falsa di Antonio Tajani con il cappellino rosso dei sostenitori di Donald Trump. Una di quelle immagini che circolano in rete e che, prima di essere rilanciate, sarebbe opportuno verificare. Soprattutto se a condividerle è uno dei massimi dirigenti del Pd.
Il 5 novembre Bonaccini pubblica sui social un’immagine del ministro degli Esteri con il celebre cappellino Maga, accompagnata dalla scritta ironica «Mai stati trumpiani». Il riferimento è alle dichiarazioni di Tajani dopo le elezioni americane di metà mandato, quando il leader di Forza Italia aveva rivendicato la propria identità conservatrice, prendendo le distanze dal trumpismo. Peccato per un dettaglio: quella fotografia di Tajani è falsa. Eppure il post del presidente del Pd, secondo quanto riportato dal Fatto, ha raccolto soltanto su Facebook circa 25mila like e oltre 4mila commenti. Un’immagine non autentica, insomma, capace di raggiungere migliaia di persone e alimentare la polemica politica.
Quando Bonaccini spiegava chi vota a destra
Ed è qui che torna alla memoria una vicenda dello scorso agosto. Durante un intervento ad Albenga, Bonaccini aveva analizzato il consenso raccolto dalla destra negli Stati Uniti e in Europa, sostenendo che tra i suoi elettori fossero particolarmente rappresentate le persone con livelli di istruzione più bassi, quelle residenti nelle periferie e nelle aree interne e quelle economicamente più fragili. Quelle dichiarazioni avevano provocato un putiferio. Giorgia Meloni aveva accusato il presidente del Pd di guardare dall’alto in basso milioni di italiani, come se il voto al centrodestra fosse il risultato di una carenza culturale.
Bonaccini aveva respinto questa interpretazione, spiegando che le sue parole erano state estrapolate da un ragionamento più ampio. Il suo intento, aveva precisato, non era insultare gli elettori di destra, ma invitare la sinistra a riconquistare il consenso delle classi popolari. Chi soltanto pochi mesi fa spiegava le differenze culturali e sociali tra gli elettorati dei diversi schieramenti è finito per rilanciare una fotografia falsa senza riconoscerne l’inautenticità.
Forza Italia chiede le scuse
La reazione degli azzurri non si è fatta attendere. Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia, ha chiesto a Bonaccini di eliminare il contenuto e presentare le proprie scuse, denunciando il deterioramento del confronto politico. Ancora più diretto Maurizio Gasparri, che ha accusato il presidente del Pd di utilizzare contenuti falsi per colpire gli avversari. Il senatore ha chiamato in causa anche Elly Schlein, chiedendo se la segretaria democratica condivida questo modo di fare comunicazione politica. È intervenuto anche Alberto Barachini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria, che ha criticato l’utilizzo di immagini alterate digitalmente nel confronto tra partiti, richiamando l’attenzione sui rischi della manipolazione tecnologica. La polemica arriva peraltro in un momento delicato per Tajani, destinatario di minacce legate alla propria attività istituzionale, come ricordato dagli esponenti di Forza Italia.
Il problema delle fake news, soprattutto quando fanno comodo
Naturalmente pubblicare una fotografia falsa non significa necessariamente averla fabbricata. E non ci sono elementi, nelle notizie disponibili, per sostenere che Bonaccini sapesse dell’alterazione quando l’ha condivisa. Ma il punto politico rimane. Un dirigente di primo piano dovrebbe essere particolarmente prudente prima di diffondere contenuti destinati a screditare un avversario. Tanto più in un’epoca in cui fotografie manipolate e immagini generate artificialmente possono circolare con estrema facilità.
Il problema delle fake news viene spesso evocato nel dibattito pubblico come una minaccia alla qualità dell’informazione e alla democrazia. Ed è una preoccupazione fondata. Ma proprio per questo la verifica delle fonti dovrebbe valere per tutti, indipendentemente dall’appartenenza politica. Se una fotografia falsa colpisce un esponente del proprio partito, diventa un caso di disinformazione. Se invece prende in giro l’avversario, non può essere automaticamente considerata una battuta innocente.
Ed è qui che la vicenda assume un risvolto quasi comico. Ad agosto Bonaccini era finito nella polemica per aver collegato il voto a destra ai livelli di istruzione. A novembre è lui a condividere una fotografia che non supera la verifica dei fatti. Non sarà una questione di titoli di studio. Ma una lezione sulla necessità di controllare ciò che si pubblica, forse, sarebbe utile anche ai professori della politica.
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