Ci sono difese che chiariscono una vicenda e altre che finiscono per renderla ancora più confusa. Quella scelta da Ilaria Salis per spiegare la condanna a risarcire due suoi ex collaboratori appartiene decisamente alla seconda categoria. Perché l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra sostiene di non aver saputo nulla della causa intentata da Valentina Dadda e Francois Gelmetti, ma allo stesso tempo dimostra di conoscere parecchi dettagli sulle notifiche che non avrebbe mai ricevuto.
Intervistata da Repubblica, la Salis afferma: “Nelle cause civili sono le controparti a dover notificare l’avvio del procedimento. Loro hanno scelto di farlo al mio indirizzo di residenza in Italia, ma io spesso sono fuori”. Fin qui, nulla di particolarmente strano. Un europarlamentare trascorre molto tempo tra Bruxelles, Strasburgo e gli impegni politici. Il problema arriva subito dopo: “Ma non ho trovato nulla. Quando l’ufficiale giudiziario è passato non ero in casa e dopo quel tentativo non ce ne sono stati altri”.
È proprio questo il punto. Se la Salis non ha trovato comunicazioni e sostiene di essere rimasta completamente all’oscuro del procedimento, come fa a sapere che l’ufficiale giudiziario è passato mentre lei non era in casa? E soprattutto, come può affermare con sicurezza che non siano stati effettuati altri tentativi? La sentenza racconta una storia differente. La notifica – ricorda Open – sarebbe stata inviata in via Lomellina, indicata all’epoca come residenza ufficiale dell’eurodeputata. Gli accessi sarebbero stati due e nel provvedimento si legge: “Ricorso depositato e ritualmente notificato”. Una formula che lascia poco spazio all’idea di un procedimento celebrato quasi clandestinamente.
C’è poi un secondo elemento difficile da spiegare. Quando si è trattato di ricevere la sentenza, lo stesso indirizzo ha funzionato perfettamente: “L’hanno mandata alla stessa residenza, ma l’ufficiale giudiziario ha lasciato un avviso e sono andata a ritirarla”. Dunque la residenza era corretta, l’avviso poteva essere lasciato e la destinataria poteva recuperare l’atto. Perché tutto questo non sarebbe accaduto con il ricorso? È la domanda centrale, alla quale la ricostruzione di Salis non sembra offrire una risposta convincente.
L’eurodeputata prova allora a spostare il terreno dello scontro sul rapporto con i collaboratori. Parla di un legame personale e politico deteriorato, di mansioni non svolte e di comunicazioni ignorate: “Faccio un esempio: per settimane non rispondevano alle mail, nonostante fosse una delle loro principali attività. E alcune mansioni che gli erano affidate non venivano portate a termine come avevamo immaginato. Ho provato più volte a far presenti le criticità, ma col passare del tempo la situazione è diventata sempre più conflittuale. Non ci rivolgevamo più la parola e invece in politica il rapporto fiduciario è fondamentale”.
Può darsi che il rapporto fiduciario fosse ormai compromesso. Ma una cosa è sostenere che la collaborazione non funzionasse, un’altra è dimostrare davanti a un giudice l’esistenza di una giusta causa per interrompere i rapporti di lavoro. Il tribunale avrebbe infatti considerato entrambi i contratti, uno formalmente da collaboratore coordinato e continuativo e l’altro con partita Iva, come rapporti di natura parasubordinata. La Salis avrebbe quindi dovuto provare le inadempienze contestate. Non essendosi costituita nel procedimento, però, la sua versione non è entrata nel processo. Ora viene raccontata sui giornali. Ma le interviste, per quanto dettagliate, non sostituiscono le memorie difensive.
La Salis sostiene anche di essere stata sottoposta a una pressione indebita dagli ex collaboratori: “A gennaio 2025 mi hanno detto che non erano possibili conciliazioni, che avrebbero contattato la stampa per rovinare la mia reputazione. Mi sono assicurata che non restassero senza sostentamento e ho chiuso”. È un’accusa pesante. Ma anche ammettendo che la minaccia di rivolgersi alla stampa sia stata formulata in quei termini, rimane irrisolto il nodo giuridico: esisteva oppure no una causa sufficiente per interrompere immediatamente i contratti? Il presunto tentativo di danneggiare l’immagine dell’eurodeputata non dimostra automaticamente la legittimità dei licenziamenti.
La situazione è diventata talmente imbarazzante da provocare una presa di distanza persino all’interno del suo partito. Mimmo Lucano prova a difenderla evocando una possibile ostilità politica della magistratura, ma prima pronuncia una frase impossibile da ignorare: “Sicuramente non è giusto mandare via dei lavoratori in questo modo, ma ci deve essere qualcosa dietro – le sue parole al Giornale – Credo ci sia una pregiudiziale, come l’hanno avuta con me: perché sono di sinistra. E i giudici hanno dimostrato di non essere sempre impeccabili. Quante volte la magistratura si è resa responsabile di mostruosità?”.
Lucano cerca il complotto, tira in ballo i giudici e denuncia una presunta pregiudiziale contro la sinistra. Ma intanto ammette il punto essenziale: i lavoratori non possono essere mandati a casa in quel modo. Più che una difesa, sembra un tentativo di tenere insieme la solidarietà di partito e l’evidenza di una storia che mette in difficoltà tutta Avs. Ed è questo l’aspetto politicamente più clamoroso. La Salis è stata trasformata dalla sinistra in un simbolo dei diritti, delle garanzie e della tutela dei più deboli. Adesso deve spiegare perché due suoi collaboratori siano stati allontanati con modalità che un tribunale ha ritenuto illegittime. E non è Matteo Salvini a contestarglielo. Non è la destra cattiva. Lo dice perfino Lucano.
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Sul tavolo, inoltre, c’è una cifra tutt’altro che simbolica: circa 300 mila euro. Se la condanna diventasse definitiva, il risarcimento non potrebbe essere scaricato sul Parlamento europeo come una normale spesa per il personale. Salis dovrebbe pagare personalmente e potrebbe essere esposta anche al pignoramento di una parte dello stipendio. Naturalmente l’eurodeputata ha diritto di impugnare la decisione e di far valere le proprie ragioni. Ma prima ancora dell’appello resta una questione politica: la sua versione presenta troppe zone d’ombra. Dice di non aver saputo della causa, ma conosce il numero dei tentativi di notifica. Sostiene di non aver ricevuto avvisi, mentre la sentenza parla di ricorso ritualmente notificato. Denuncia un ricatto mediatico, ma non chiarisce la legittimità dei licenziamenti.
La vicenda potrà avere altri capitoli. Per il momento, però, la paladina dei diritti dei lavoratori si ritrova condannata per aver mandato via due lavoratori. E persino i compagni cominciano a prendere le distanze.
Massimo Balsamo, 24 luglio 2026
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