Politico Quotidiano

ILARIA SALIS, CAPITALISTA COME NOI

L'eurodeputata condannata a risarcire due collaboratori allontanati senza giusta causa. Attendiamo l'appello. Poi però abbiamo letto il programma di Avs sui licenziamenti e...

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La grande e irreprensibile Ilaria Salis, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, icona dell’antifascismo militante e paladina dei diritti dei lavoratori, ieri pomeriggio è stata condannata dal Tribunale del Lavoro di Milano a risarcire con ben 300.000 euro due ex collaboratori, da lei licenziati senza giusta causa. La sentenza di primo grado accoglie le richieste dei due ex assistenti di Salis (uno con contratto co.co.co. e l’altra partita IVA) che avevano supportato la sua campagna elettorale e ottenuto incarichi retribuiti tra i 2.900 e i 3.000 euro mensili fino al 2029.

Licenziati nel febbraio 2025 senza preavviso, i due a processo hanno visto riconosciuti i mancati guadagni e 10mila euro di spese legali. La motivazione è netta: Salis non avrebbe fornito prove del licenziamento per giusta causa, anche perché processata in contumacia (nessuno, a quanto pare, sarebbe riuscito a notificarle gli atti). E così nel procedimento legale non ha potuto dimostrare che i licenziamenti fossero motivati da esigenze reali del mandato parlamentare. Compagna Ilaria contesta la sentenza, definendola surreale e annunciando appello: sostiene che i licenziamenti erano necessari per tutelare risorse pubbliche e il suo ruolo. Ma la sostanza non cambia: una rappresentante della sinistra radicale che ha costruito la sua immagine sulla difesa dei precari e contro i tanto decantati padroni oggi si ritrova sul banco degli imputati (e dei condannati) proprio per aver esercitato un potere padronale senza garanzie.

Dice Salis che “la decisione di interrompere la collaborazione con i due assistenti non è stata arbitraria, improvvisa né priva di motivazioni” ma “era diventata, al contrario, necessaria per tutelare il corretto esercizio del mio mandato parlamentare, le risorse pubbliche affidate alla mia responsabilità e, in ultima analisi, le persone che rappresento”. Ma anche i capitalisti, i padroni, licenziano per “tutelare il corretto esercizio” del loro mandato di imprenditori e manager, a cui viene affidata “la responsabilità” di far fruttare le risorse (pubbliche o private) rendendo l’azienda redditizia. Perché se Salis allontana un collaboratore sarebbe “necessario” mentre se un’azienda licenzia un dipendente per essersi presentato ubriaco al lavoro va reintegrato?

Anche perché il programma di Avs certe situazioni lavorative diceva di volerle combattere. “Tirocini, contratti a chiamata, staff leasing, tempo determinato, collaborazioni occasionali, partita iva a mono committenza: sono mille le forme della precarietà”, si legge. E poi si invoca a gran voce anche il ripristino della protezione contro i licenziamenti ingiustificati. Testuale: “La Costituzione non può fermarsi fuori dai luoghi di lavoro, e perché questo accada si deve essere liberi dal ricatto di essere licenziati senza giusta causa (…). Per questo vogliamo il ripristino di un sistema di protezione fondato sulla reintegra nel posto di lavoro per tutte e tutti, indipendentemente dalle dimensioni e dal settore dell’impresa”.

L’ennesima dimostrazione di incoerenza di Salis e della sinistra tutta: questi invocano diritti intoccabili dicendosi al fianco dei proletari, ma poi applicano le stesse logiche che giurano di combattere quando si tratta di gestire il proprio staff (pagato con fondi pubblici). I due assistenti, licenziati dopo pochi mesi, rappresentano esattamente quella precarietà che Salis denuncia nei comizi. Qui, però, il temutissimo “ricatto del licenziamento” lo ha esercitato lei. E il risarcimento (soldi dei contribuenti, in ultima analisi considerando la professione di Ilaria nostra) pesa come un macigno sulla retorica dell’equità.

Fratoianni e AVS rivedono i fantasmi dell’affaire Soumahoro e con calma invitano al rispetto della sentenza in attesa dell’appello. Giusto, bravi. Ma immaginate se la stessa sentenza fosse stata pronunciata contro un qualche esponente di destra: i post e le intemerate sui social sarebbero durati settimane. E allora dove si trova la coerenza tra il programma e la pratica? Salis ha diritto a difendersi in appello e a dimostrare le sue ragioni, vale sempre la pena rivendicare il garantismo. Ma l’immagine di paladina dei lavoratori esce irrimediabilmente ammaccata.

La lezione è tanto semplice quanto antica: le retoriche proletarie vengono portate avanti finché qualcuno di quei sedicenti proletari non assume un ruolo di potere. Quando ciò si verifica anche i più arditi compagni diventano oscuri padroni. Ilaria Salis ha semplicemente sublimato il suo arco narrativo degno del miglior Carlo Verdone. Magari verrà assolta in appello, ma in ogni caso dovrà confrontarsi con la distanza abissale tra le sue parole altisonanti e i fatti. I diritti dei lavoratori valgono per tutti, o solo quando conviene per i voti?

Alessandro Bonelli, 23 luglio 2026

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