Politico Quotidiano

Il lato oscuro dei diritti universali che non ti raccontano

i rapporti tra i popoli basati sulla forza o sui principi etici e diritti mondiali?

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Sempre più spesso nel dibattito pubblico, soprattutto quando si affrontano temi di politica internazionale, ascolto quasi con ammirazione dotti analisti, opinionisti, esperti internazionali, politicanti vari che affermano con sicumera invidiabile l’imprescindibile necessità di basare i rapporti internazionali sui cosiddetti “diritti universali”.

Diritti derivanti da un’etica assoluta che, essendo intrinseca nella natura umana, dovrebbe accomunare tutta l’umanità, come Kant insegna. Naturalmente, è da aborrire e stigmatizzare qualsiasi relazione basata sui rapporti di forza o di convenienza.

Ovviamente, questa filastrocca viene ripetuta prevalentemente in chiave anti-trumpiana. Chi non si allinea a questa verità rivelata è, giocoforza, un essere abietto, un MAGA!

Al di là dei facili slogan e dei proclami populisti, vorrei proporre una riflessione sulla gestione dei rapporti di potere in generale: da un lato, quelli fondati su calcoli razionali di forza e convenienza, che si prestano a una gestione prevedibile grazie agli strumenti della logica (come il principio di causalità e di non contraddizione).

Dall’altro, quelli ancorati a presunti diritti universali o valori morali, che risultano più sfuggenti e difficilmente controllabili, soprattutto perché la morale varia tra popoli e culture. Proverò a confrontare i due approcci.

I rapporti di forza e convenienza come relazioni razionali: prevedibilità e gestibilità

I rapporti basati su forza e convenienza si fondano su una logica strumentale, dove le azioni sono guidate da calcoli razionali di costi e benefici. Qui, il principio di causalità (ogni effetto ha una causa prevedibile) e di non contraddizione (una proposizione non può essere vera e falsa allo stesso tempo) permettono di modellare i comportamenti come un sistema prevedibile. Ad esempio:

  • prevedibilità: Gli attori (individui, stati o gruppi) agiscono in base a interessi tangibili, come risorse, sicurezza o vantaggi economici. Se A è più forte di B, A può imporre termini che B accetterà per convenienza, evitando conflitti inutili. Questo rende le dinamiche gestibili, come in un gioco a somma zero dove le mosse sono anticipabili.

 

  • gestibilità: Utilizzando strumenti razionali, come negoziazioni basate su equilibri di potere (ad esempio, trattati commerciali o alleanze militari), si possono prevedere esiti e mitigare rischi. Non c’è ambiguità: la forza è misurabile (es. potenza militare o economica), e la convenienza è calcolabile (es. un’alleanza temporanea per mutuo beneficio, non solo economico, ma anche in termini di sicurezza, ecc.).

Un esempio pratico è il realismo internazionale nelle relazioni tra stati: durante la Guerra Fredda, USA e URSS gestirono il confronto attraverso la deterrenza nucleare, un calcolo razionale di convenienza che evitò lo scontro diretto, rendendo il sistema prevedibile nonostante la tensione.

In contrasto, se i rapporti ignorano questi calcoli per inseguire ideali morali astratti, emergono imprevedibilità e caos, poiché la “morale” non è universale e può portare a interpretazioni conflittuali.

I rapporti basati sui “diritti universali” o valori morali/etici: imprevedibilità e difficoltà di gestione

Qui, il potere si legittima non attraverso calcoli razionali, ma appellandosi a principi “universali” come diritti umani inalienabili o valori morali (giustizia, uguaglianza, dignità).

Tuttavia, «ogni popolo ha la sua morale». Basti pensare che la parola stessa “libertà”, che per noi è sacra, per alcuni popoli ha un valore dispregiativo, in quanto è associata al concetto di egoismo, ovvero l’interesse del singolo che prevale su quello della collettività. Ne consegue che, appellandosi a questi principi, si introduce un relativismo che sfugge alla logica razionale, causando:

  • imprevedibilità: la morale non obbedisce al principio di causalità in modo lineare; ciò che è “giusto” per una cultura (es. punizioni corporali in certi contesti religiosi) può essere “ingiusto” per un’altra. Questo genera contraddizioni: un diritto universale (es. libertà di espressione) potrebbe entrare in conflitto con valori locali (es. norme contro la blasfemia, vedi l’attentato a Charlie Hebdo), rendendo le reazioni imprevedibili;

 

  • difficoltà di gestione: senza un ancoraggio razionale, i rapporti diventano ideologici. Ad esempio, interventi umanitari basati su “diritti universali” (come, per esempio, in Libia nel 2011) possono degenerare in caos, perché ignorano i rapporti di forza locali e le morali culturali diverse, portando a instabilità prolungata. La non contraddizione fallisce: un’azione “morale” può essere percepita come aggressione, scatenando reazioni irrazionali (dal punto di vista razionale).

Il relativismo morale amplifica questo: se la morale è culturalmente contingente, appellarsi a un “diritto universale” è illusorio, e i tentativi di imporlo generano resistenza imprevedibile, come conflitti etnici o terrorismo motivato da valori “sacri”.

Per riassumere, i rapporti razionali di forza e convenienza sono come un’equazione matematica: input prevedibili portano a output gestibili. Quelli morali, invece, sono come un dibattito filosofico senza fine, dove le premesse variano e le conclusioni sfuggono.

Ma allora, perché tanti sofisti e demagoghi riescono a convincere intere popolazioni a conculcare quello che un approccio razionale al tema renderebbe scontato? Ho cercato di darmi una risposta ricorrendo alla teoria dei giochi di Eric Berne.

Secondo questo psichiatra e psicologo, il bisogno di identità è vitale. L’essere umano non può sopravvivere senza identità. Eric Berne, nella sua Teoria dei giochi psicologici, descrive i “giochi” come copioni inconsci per ottenere riconoscimenti emotivi.

Ad esempio, la jihad può essere visto come un “gioco” collettivo: offre struttura (ruoli chiari: martire, difensore), riconoscimento (eroismo nella ummah) e scopo in un mondo caotico.

Per popolazioni oppresse, è un gioco di “ribellione” contro oppressori; per molti occidentali, orfani delle ideologie marxiste e socialiste, l’accomunarsi nella lotta contro l’Occidente, contro il cambiamento climatico, ecc., rappresenta un “gioco di redenzione” da vite vuote, dove queste ideologie riempiono vuoti esistenziali.

Queste comunità ideologiche forniscono un riconoscimento identitario. Berne enfatizza che le persone giocano questi giochi per evitare intimità o noia, e queste lotte forniscono un’identità forte, anche se distruttiva, comunque preferibile al nulla. Questo è “irrazionale” perché ignora i costi reali, ma è gestibile solo capendo la psicologia sottostante, non solo la forza.

Ovviamente ognuno è libero di compiere le proprie scelte su basi razionali o ideologiche; l’importante è che sia consapevole delle conseguenze che ne derivano.

Carlo MacKay, 3 marzo 2026

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