Spesso si sente dire che il referendum rappresenti la più alta forma di democrazia, perché espressione diretta della volontà popolare. Ma è proprio così, a maggior ragione nel caso di una consultazione diretta? Platone, nella Repubblica (libro VIII), descrive la democrazia come una forma di governo destinata a degenerare in tirannide proprio perché il demos (il popolo) manca di strumenti culturali e filosofici: è facile preda di demagoghi e retori (i «sofisti») che lusingano le passioni invece di ragionare sui meriti reali delle scelte. Il popolo, dice Platone, sceglie chi sa «parlare bene» piuttosto che chi governa bene. Aristotele, nella Politica, distingue la democrazia «corretta» (politeia) dalla degenerazione oclocratica (governo della folla ignorante e manipolabile), sottolineando che senza virtù e conoscenza civica la maggioranza può diventare tirannica quanto un despota.
James Madison (nei Federalist Papers e nelle lettere) scriveva che «un governo popolare senza informazione popolare o senza gli strumenti per raggiungerla, non è che il prologo di una farsa o di una tragedia». John Stuart Mill, in Considerations on Representative Government (1861), difende il suffragio universale ma insiste che la democrazia funziona solo se gli elettori sono educati; arriva persino a proporre il «plural voting» (voto plurimo per i più istruiti) proprio per bilanciare l’ignoranza di massa.
Walter Lippmann (Public Opinion, 1922) e Joseph Schumpeter (Capitalismo, socialismo e democrazia, 1942) demoliscono la «teoria classica» della democrazia: gli elettori non sono (e non possono essere) pienamente informati e razionali su ogni questione complessa; la democrazia reale è una competizione tra élite che cercano il consenso, non la realizzazione di una «volontà popolare» informata. Bryan Caplan (The Myth of the Rational Voter, 2007) e Ilya Somin (Democrazia e ignoranza politica, edizione italiana 2015) dimostrano empiricamente che l’ignoranza degli elettori è razionale: informarsi costa tempo e fatica, mentre il singolo voto ha una probabilità infinitesimale di influenzare l’esito; quindi, la maggior parte delle persone resta disinformata e usa scorciatoie emotive, ideologiche o tribali.
Jason Brennan, in Contro la democrazia (edizione italiana 2018), porta l’argomento alle estreme conseguenze: divide gli elettori in «hobbit» (indifferenti e ignoranti), «hooligan» (fanatici e polarizzati) e «vulcani» (pochi, razionali e aperti). La democrazia universale dà troppo potere agli hooligan e agli hobbit, che diventano preda di demagoghi; propone quindi forme di epistocrazia (governo dei competenti) compatibili con libertà ed elezioni, ma con voto ponderato secondo conoscenza dimostrata (test di civica, ad esempio).
Che la democrazia liberale presupponga un elettorato consapevole è centrale in gran parte del pensiero liberale e democratico. Quando questo presupposto manca, la democrazia non scompare: diventa semplicemente meno «liberale» e più vulnerabile alla manipolazione. Senza consapevolezza, gli elettori diventano strumenti nelle mani dei sofisti e dei demagoghi.
In occasione degli ultimi referendum (da quello sul nucleare in poi), quanti elettori si sono sentiti sufficientemente competenti per esprimere un voto veramente espressione del loro libero pensiero? Addirittura, nell’ultima consultazione diretta, molti testimonial che si sono espressi per il «no» alla riforma della giustizia hanno ammesso – a mio parere in modo del tutto propagandistico (il testo della riforma era scritto su una paginetta e mezzo, con linguaggio piuttosto semplice, roba da terza elementare) – di non essere in grado di capire la riforma e che, pertanto, avrebbero votato NO. E purtroppo anche molti amici e parenti si sono allineati a questa non-volontà di conoscenza, seguendo passivamente l’indicazione della «persona in cui ripongono fiducia».
E a proposito del tanto sbandierato voto dei giovani, va considerato che le ultime generazioni sono state formate per non pensare, ma per seguire aprioristicamente una dottrina. Basta mettere il naso in qualche corteo pro Cip & Ciop, o in qualche facoltà umanistica e, purtroppo, anche in qualche Politecnico, per rendersi conto dei danni irreversibili causati da un indottrinamento a senso unico (vero Gramsci?).
Generazioni funzionali solo alla dottrina di partito, che le porterà, inevitabilmente, al macello quando si realizzerà la saldatura definitiva tra sinistra e Islam (la rivoluzione iraniana del ’79 dovrebbe aver insegnato qualcosa a tutti gli esseri senzienti). C’è pertanto da interrogarsi se effettivamente lo strumento referendario rappresenti ancora l’espressione democratica della volontà popolare, o non piuttosto l’espressione di abili manipolazioni delle masse.
Carlo MacKay, 26 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL-E di OpenAI


