Partiamo dai dati di fatto? Allora dobbiamo dire subito che la violenza estremistica nel fronte del No non si placherà con la soddisfazione del successo, tutt’altro: c’è una voglia di fare i conti, come diceva quello, che fa spavento.
Le scene di Napoli rendono superfluo ogni commento: giudici e PM insieme che si abbandonano alla baldoria più sfrenata tra i cori Bella ciao e gli insulti da trivio alla Meloni “finita a testa in giù”, qualcosa che dovrebbe preoccupare qualsiasi democrazia provenendo dal massimo potere in Italia, il quale ha ottenuto e reso conferma di essere intoccabile e all’occorrenza vendicativo: “adesso facciamo i conti, tiriamo la rete”.
Da cui le chat di stampo terroristico, riferite dal magistrato napoletano Annalisa Imparato, su quanti “da sparare”. Roba da vergognarsi agli occhi del mondo, da indurre a preoccupazione e seria preoccupazione il resto del mondo civile, democratico.
L’altro segno possibile sono le immediate dimissioni del capo del nucleo di potere più forte, la ANM che dice serenamente “le riforme se mai le facciamo noi e come vogliamo noi”, questo Cesare Parodi che invita a non trarre conclusioni sapendo che lo danno in rampa di lancio col PD: andasse mai così, sarà un ulteriore elemento a conferma di un potere anche irridente nelle sue prerogative: si volevano arginare le porte girevoli all’interno dell’ordine giudiziario e tra questo e la politica? Eccovi serviti.
A questo punto, nella esaltazione generale partono le sfide interne, le rese dei conti, i lunghi coltelli: a destra, dove molti invocano cambi di passo forse tardivi, rimozioni di elementi imbarazzanti se non deleteri. Ma i regolamenti di conti non mancheranno neppure a sinistra dove un Conte drogatissimo, nel senso giannibreriano di esaltato, caricato da Travaglio che anche lui si giocava molto, ha aperto le danze con una fretta sospetta: chiedere subito le primarie significa voler spiazzare Schlein, provocarla a una dimostrazione di forza.
Non ha i numeri e non ha il peso, bene o male la catastrofica segretaria piddina è quella con le divisioni, ma la campagna a 5 stelle non è stata meno rumorosa ed è stata la più forsennata: logico che Conte voglia passare all’incasso subito, “battere il ferro fin che è caldo” come si dice.
Certo adesso tutti ad ostentare i sorrisi della concordia, da salvatori della patria antifascista e costituzionale; ma ripetere continuamente andiamo d’amore e d’accordo maschera il contrario, una sorta di apprensione, di irritazione tanto più che da parte 5 Stelle si forzano i tempi, si chiede subito lo sfratto alla Meloni, Conte parla come se il risultato fosse anzitutto merito suo e si propone di conseguenza. Insomma, si allarga, come dicono a Roma.
Schlein per suo conto è un’altra che oggi respira, avesse perso il referendum i cacicchi erano pronti a rimuoverla, invece debbono abbozzare e aspettano, il PD è notoriamente frantumato in correnti che solo la colla dello scampato pericolo tiene insieme. Fino a quando? Lo stesso referendum le ha disvelate, acuite e la ex sardina piazzata in segreteria in mancanza di meglio, seppure confusa nelle idee, si sta rivelando sempre più dura, spietata nella gestione del potere e un potere tutto sbilanciato su posizioni massimaliste.
La pretendevano di paglia e si sta dimostrando di ferro e le alternative non ci sono, si sfilano una dopo l’altra come il sindaco di Napoli che non ci tiene proprio a complicarsi la vita e magari a bruciarsela, a finire come Bassolino che d’Alema, per segarlo nel regno di Napoli, aveva spostato a Roma come ministro del lavoro.
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Referendum andato che peggio non poteva per chi lo ha proposto, legnata terrificante per il governo ma a questo punto almeno non ci sono più alibi, la resa dei conti scatta per tutti, vincitori e vinti: Meloni deve vedersela anzitutto con la fronda interna di Forza Italia, che fin qui ne ha condizionato pesantemente l’azione (Giorgia è giovane ancora, sta imparando ma non ha il cinismo sanguinario dei boss da prima repubblica che risolvevano i problemi coi dossier pilotati dai servizi);a sinistra tornano fratelli coltelli, capponi di Renzi.
Già i piddini sono rissosi, i 5 stelle casinisti, gli estremisti di alleanza verde sinistra fuori controllo nelle loro smanie cubane, poi c’è il Parodi rampante, poi il Landini che ripete io in politica mai sapendo che ci sta già ma non così forte da scalzare la segretaria: il boss CGIL è un altro appannato, coi suoi “sioperi” irresponsabili, che dal referendum ha trovato nuova linfa.
Hanno vinto, ma restano un campo di Agramante e presto cominceranno a scannarsi. Solo che Meloni non potrà più limitarsi a vivere della pochezza altrui, dovrà fare qualcosa e non è chiaro se esista un piano B e se, in caso, ci sia ancora tempo per realizzarlo: ogni iniziativa adesso sarà durissima, molto più di prima, la sinistra ha già cominciato, ha subito cominciato a muoversi come la vera padrona del Paese, l’unica col potere decisionale, reale.
Insomma, fa quello che le riesce meglio, imporre l’agenda, e se la destra non impara a sottrarsi a ciò che le riesce peggio, subire l’agenda, è finita. Prospettiva non incoraggiante perché dall’altra parte sono dei casinisti sì, dei buoni a nulla sì, ma capaci di tutto. Veramente di tutto.
Max Del Papa, 25 marzo 2026
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