C’è un dato che meriterebbe meno distrazione e più onestà intellettuale: nei primi quattro mesi dell’anno gli sbarchi irregolari nell’Ue sono scesi del 40% rispetto allo stesso periodo del 2025. In numeri assoluti significa 28.500 ingressi irregolari tra gennaio e aprile. Non una percezione, non uno slogan, non una dichiarazione di partito. È il bollettino di Frontex, cioè l’agenzia europea che monitora i flussi migratori e le frontiere esterne dell’Unione.
Il punto non è solo statistico. È politico. Perché per anni il dibattito sull’immigrazione è stato sequestrato da due caricature opposte: da una parte l’allarme continuo, dall’altra la negazione del problema. Da una parte chi parla soltanto di invasione, dall’altra chi considera ogni tentativo di governo dei flussi una specie di attentato all’umanità. In mezzo, come spesso accade, resta la realtà. E la realtà dice che i flussi possono diminuire quando gli Stati smettono di limitarsi alle prediche e cominciano a fare politica estera, accordi, controllo, cooperazione e deterrenza.
Il calo è diffuso su quasi tutte le principali rotte mediterranee. La rotta del Mediterraneo occidentale, quella che porta verso le coste spagnole, registra il crollo più vistoso: meno 78%. La rotta centrale, quella che riguarda più direttamente l’Italia e che collega il Nordafrica alle nostre coste, resta la più battuta, ma arretra comunque del 45% rispetto al primo quadrimestre del 2025. Non è poco. Anzi, è un segnale robusto, tanto più perché riguarda proprio il tratto storicamente più esposto alla pressione delle partenze dalla Libia. Verso la Grecia il calo è più contenuto, ma comunque rilevante: meno 32%. Anche la rotta balcanica terrestre si riduce del 19%. In controtendenza ci sono le Canarie, dove gli arrivi aumentano del 78%, ma su volumi numericamente meno decisivi rispetto alle grandi direttrici del Mediterraneo. Insomma, il quadro complessivo racconta una contrazione netta, non un semplice assestamento stagionale.
Naturalmente Frontex invita alla prudenza. E fa bene. L’immigrazione irregolare non è un rubinetto che si apre e si chiude con un comunicato stampa. Dipende dalle guerre, dalla pressione demografica, dalla fame, dalle crisi climatiche, dai regimi africani, dall’instabilità mediorientale, dalle reti criminali e anche dal meteo. L’agenzia europea segnala infatti che una parte del calo è legata agli accordi stretti dalla Spagna con Senegal, Mauritania e Gambia, oltre alle condizioni meteorologiche dei primi mesi dell’anno, che hanno reso più difficili alcune traversate.
Ma questo, semmai, conferma il punto: gli accordi funzionano. La cooperazione con i Paesi di partenza e di transito funziona. Il controllo delle frontiere funziona. La deterrenza funziona. Non da sola, non magicamente, non per sempre. Ma funziona molto più del solito repertorio umanitario da convegno, quello in cui si spiega che bisogna accogliere tutti, sempre, comunque, salvo poi scaricare il problema sui comuni, sulle periferie, sulle questure, sui centri di accoglienza e sui cittadini. Il vero scandalo, allora, non è che i governi cerchino di fermare le partenze irregolari. Il vero scandalo è che per troppo tempo si sia finto che fermarle fosse impossibile, o persino moralmente sospetto. Come se lasciare migliaia di persone nelle mani degli scafisti fosse una forma superiore di umanità. Come se il Mediterraneo dovesse restare il corridoio naturale di un traffico gestito da organizzazioni criminali.
Frontex lo dice con parole nette, e quei virgolettati vanno presi sul serio: “Il numero complessivo di arrivi irregolari continua a diminuire, ma il costo umano rimane devastante. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, oltre 1200 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno. Le reti criminali di trafficanti continuano a inviare persone in traversate pericolose su imbarcazioni sovraffollate e non idonee alla navigazione, indipendentemente dalle condizioni”. Qui sta il nodo che una certa sinistra fa finta di non vedere. Governare l’immigrazione non significa cancellare il dramma umano. Significa prenderlo sul serio. Significa impedire che il diritto d’asilo venga trasformato in un canale disordinato di ingresso irregolare. Significa distinguere tra profughi veri, migranti economici, richieste fondate e richieste strumentali. Significa anche dire una cosa semplice: uno Stato serio decide chi entra, come entra e a quali condizioni. Altrimenti non è accoglienza, è resa amministrativa.
E su questo terreno la linea di Giorgia Meloni funziona. Può non piacere agli avversari, può essere criticata nei dettagli, può avere limiti e inciampi, ma la direzione è chiara: portare il dossier migratorio fuori dalla retorica e dentro la politica. Accordi con i Paesi africani, pressione in Europa, centralità del Mediterraneo, contrasto ai trafficanti, difesa delle frontiere esterne. È la stessa impostazione che oggi, direttamente o indirettamente, viene riconosciuta come necessaria anche a livello europeo. L’Italia, in questo schema, non è più soltanto il Paese che subisce. È un Paese che prova a orientare la risposta europea. Ed è qui che si misura la differenza tra il governo e chi passa il tempo a spiegare che tutto è sbagliato, senza mai dire che cosa farebbe il giorno dopo. Perché criticare è facile: basta un comunicato, un’intervista, un post indignato. Governare è un’altra faccenda. Vuol dire scegliere, trattare, sporcarsi le mani, assumersi rischi, prendere decisioni che non soddisfano tutti.
Con buona pace di una sinistra brava solo a criticare senza offrire soluzioni, il dossier migratorio dimostra ancora una volta che l’Italia può fare la differenza su un tema delicato come quello dell’immigrazione. Non perché abbia risolto tutto. Sarebbe ridicolo sostenerlo. Ma perché ha contribuito a cambiare il lessico e l’agenda: non più solo redistribuzione dei migranti dopo gli sbarchi, ma prevenzione delle partenze; non più solo gestione dell’emergenza, ma controllo delle rotte; non più moralismo a buon mercato, ma politica concreta.
Resta il rischio delle crisi internazionali. Frontex guarda con preoccupazione al Medio Oriente, dove la situazione resta instabile e dove un numero consistente di rifugiati si è già spostato in Libano. Da lì potrebbero aprirsi nuove pressioni verso Cipro e altre destinazioni del Mediterraneo orientale. È la prova che il fenomeno non può essere archiviato. Le rotte cambiano, i trafficanti si adattano, le crisi producono nuovi movimenti. Proprio per questo, però, il calo degli arrivi non va letto come una parentesi fortunata. Va letto come un’indicazione politica: quando l’Europa tratta con i Paesi di partenza, quando presidia le frontiere, quando colpisce il business degli scafisti e quando smette di confondere la compassione con l’impotenza, i risultati arrivano. Non perfetti, non definitivi, ma arrivano.
La vera domanda, adesso, è se l’Europa avrà il coraggio di proseguire su questa strada o se tornerà al vecchio copione: indignazione, emergenza, rimpallo di responsabilità, litigi tra capitali, e poi tutto come prima. L’Italia ha indicato una linea. I numeri, almeno per ora, dicono che quella linea non è propaganda. È governo del fenomeno.
Franco Lodige, 19 maggio 2026
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