Politico Quotidiano

Ipocrisia Pd: perché sotto sotto Elly fa festa per la legge elettorale

Tra accuse di “deriva autoritaria” e memoria corta sull’Italicum, la riforma potrebbe rafforzare la segreteria e risolvere più di un problema interno

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Nelle stesse ore in cui dai vertici del Partito Democratico si levano cori indignati, conditi da parole come “irricevibile”, “forzatura” e persino “delirio incostituzionale”, nell’aria aleggia una sensazione già vista e rivista: dai banchi dell’opposizione c’è chi recita una parte davanti ai microfoni ma ne studia un’altra lontano dai riflettori.

Perché la proposta di legge elettorale recentemente avanzata dal governo – al netto dei giudizi di merito – ha innanzitutto un tratto che al Partito Democratico dovrebbe suonare alquanto familiare. Assomiglia, e non poco, all’Italicum, la legge ideata e sostenuta nel 2015 proprio dal PD guidato da Matteo Renzi. Allora era modernizzazione, governabilità, chiarezza del mandato. Oggi, improvvisamente, sarebbe invece una sorta di torsione autoritaria. Ma tant’è.

Memoria corta, convenienza lunga

Nel 2015 il premio di maggioranza e l’impianto fortemente maggioritario venivano presentati come l’unico antidoto alla frammentazione e all’instabilità. Oggi, meccanismi che puntano nella stessa direzione vengono bollati come una minaccia alla democrazia parlamentare. È legittimo cambiare idea, per carità. Meno legittimo è far finta che non esista un precedente tanto ingombrante.

La verità, al netto delle dichiarazioni di rito, è che questa proposta contiene tutta una serie di elementi che fanno parecchio comodo proprio ai dem.

Meno uninominali, meno cacicchi e capibastone

L’assenza o il ridimensionamento degli uninominali depotenzia i potentati territoriali: quei famosi “cacicchi” e “capibastone”, poco graditi alla segreteria nazionale, che hanno costruito nel tempo filiere di consenso personale e che spesso hanno reso fragile la leadership dem.

Per una segretaria come Elly Schlein, che ha vinto le primarie ma fatica ancora a controllare pienamente gruppi parlamentari e correnti, un sistema più centralizzato significa più leva sulle liste, maggiore controllo sulla selezione della classe dirigente, più peso alla segreteria rispetto alle baronie locali.

Pubblicamente si denuncia la compressione della rappresentanza. Privatamente si sa che una lista bloccata e un impianto proporzionale con premio possono diventare strumenti di disciplina interna molto più efficaci di mille richiami all’unità.

L’indicazione del premier e il gioco nel centrosinistra

Altro punto sensibile: l’indicazione del premier. Anche qui, parole grosse in pubblico. Ma in una coalizione attraversata da rivalità e profonde differenze di vedute, l’indicazione chiara del candidato alla guida del governo rafforza chi quel ruolo ambisce a rivendicarlo.

Per Schlein significherebbe presentarsi agli elettori come perno indiscusso della coalizione, mettendo all’angolo le mai sopite ambizioni di Giuseppe Conte e riducendo il margine per giochi post-voto o larghe intese.

Il paradosso è dunque evidente: ciò che viene denunciato come forzatura potrebbe trasformarsi in un’arma negoziale decisiva anche all’interno del perimetro del centrosinistra.

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Tra indignazione di facciata e mero calcolo politico

C’è poi il lessico automatico dell’opposizione: “deriva autoritaria”, “strappo istituzionale”, “mancanza di confronto”. Espressioni utili a riempire le agenzie ma che, lette tra le righe, servono più a marcare una distanza simbolica dal governo che a respingere davvero l’impianto della proposta.

È proprio qui che si condensa l’eterna ambivalenza dei dem: difendere in pubblico la purezza costituzionale, parlare al proprio elettorato più sensibile ai temi della rappresentanza, distinguersi nettamente dall’esecutivo e, al contempo, non ignorare che un sistema più centralizzato e con una chiara indicazione del leader dell’esecutivo potrebbe risolvere anche più di un problema strategico.

Ciò che più stride nella posizione assunta pubblicamente dal PD è, pertanto, l’indignazione teatrale di fronte a una proposta che, nei fatti, potrebbe risultare dannatamente utile proprio ai dem, che in questo gioco dimostrano di desiderare tutto fuorché ciò apertamente dichiarano.

Mentre denunciano a gran voce lo scandalo di una legge immediatamente bollata come “irricevibile”, dalle parti del Nazareno sanno benissimo che da quella stessa riforma potrebbe passare una parte decisiva del loro futuro.

Salvatore di Bartolo

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