Politico Quotidiano

La combriccola di Avs

Tangenziali sequestrate, poliziotti massacrati, antagonisti celebrati come eroi: il Paese assiste alla resa delle istituzioni mentre chi semina disordine reclama candidature, applausi e poltrone

Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Diciamola come va detta: il venerdì rosso è stato un successo, perfino trionfale. Con uno “siopero” per niente sindacale o sociale, omogeneo alla rivoluzione dei balocchi, ordinato dal capo Landini di quella Cgil i cui delegati a Lodi sfilano con la “siarpa” di Hamas irridendo chi gliela fa notare: “Tanto è in arabo, chi se ne accorge”. Con devastazioni dappertutto e la solita polizia massacrata. Con il poetico Youssef, a metà tra Toni Negri e un imam, che sfila come una madonna islamica. Con Ilaria Salis che provoca alla testa di qualcosa che mai avremmo voluto vedere, un corteo che paralizza la tangenziale est di Milano fino a Cascina Gobba nella totale impotenza di un governo che non avrebbe dovuto permetterlo in nessun modo (non c’è niente di democratico e di legittimo nel paralizzare un’arteria e di conseguenza una città con la retorica qualunquista del carrello vuoto: sono simili prepotenze autoritarie a contribuire a svuotarlo di più, il carrello, e a far salire i prezzi delle poche cose che ci finiscono).

Ma sì, diciamola tutta: da quest’altro venerdì rosso, profondo rosso per chi l’ha imposto, nero, nerissimo per chi l’ha subito, esce l’ennesima conferma: chi governa non comanda e viceversa, a menare la danza è un partito comunista votato all’antagonismo violento e ormai più omogeneo che infiltrato da Hamas. O credete che i timori pelosi, a tempo scaduto e perduto, allignino solo in Germania, da quella cialtrona del Die Linke che prima si fa reggere la campagna dai terroristi e poi le scappa detto che ne ha terrore?

Ha detto Vincenzo de Luca, amministratore, politico di sinistra, che ci vuole la repressione. Voleva dire che la situazione è fuori controllo, che di democrazia non ce n’è più e allora serve la necessaria durezza per ristabilirla; non è repressione, è ripresa del controllo per ripristinare la democrazia perduta. Ma nessuno sembra avere la forza e tutto sommato la voglia di assumersi una responsabilità. Il livello dello scontro, come dicevano i brigatisti rossi, e come teorizzano i nuovi ideologi maranza, sale ogni settimana e si attendono – non è un mistero per nessuno – indagini puntate come droni contro il governo, forse anche la premier in persona, in modo da sferrare il colpo risultivo.

Insomma tira una cert’aria di golpe a ribaltare quel che resta di una maggioranza che non pare più tale, nella quale ciascuno parla esclusivamente a nome del proprio partito quando non di se stesso, come se gli alleati fossero i peggiori nemici o almeno estranei molesti: neppure quel bordello del campo largo arriva a suggerire un simile odio interno. Forza Italia è definitivamente ridotta a una succursale del PD, succube a Mattarella che anche ieri ha trovato il modo di legittimare, con la solita estemporanea tirata contro i salari bassi, una manifestazione pretestuosa, di puro sabotaggio, dove le ragioni economiche e sociali erano un pretesto al garrire di bandiere di Hamas. Salvini va per conto suo. Meloni ha contro tutti, tutti. Forse anche se stessa. E i sondaggi sulla sua persona non bastano e non servono. Vannacci, la mina vagante per la destra, si schiera per la liberazione di Youssef, uomo di AVS, e non per ragioni garantistiche alle quali è tetragono, ma, cinicamente, per coltivare l’asse coi 5 Stelle sotto egida putiniana.

Il video del poliziotto sconsolato, uscito su questa testata, “non avremmo mai immaginato che 200 di noi potessero venire massacrati da dei ragazzini”, dà l’idea tragica e angosciante dello stato di uno Stato che sembra non esistere più. Quel poliziotto, umile, dignitoso, sconfitto, dice più di quanto non esprima e riassume lo sbando di un Paese. In una situazione tanto sfilacciata e friabile, fioriscono le provocazioni. Lo Youssef che “pacificamente, per stimolare una nuova crescita civile”, viene mandato a casa da una gip propal come lui sulla base di 37 pagine di considerazioni ideologiche a puntellare una decisione giuridica, sfila in corteo e il degno compagno Mimmo Lucano lo propone: la fin troppo facile battuta diventa realtà prima ancora di smettere di ridere (a denti stretti).

S’ode a sinistra una candidatura, da sinistra risponde una nomina: Iacchetti, dopo un tour mediatico di deliri, quasi supplicato da Fratoianni: e lui che addirittura si concede il lusso di rifiutare, se poi è sincero, forse avrà ricevuto proposte migliori. Che bella prospettiva, che parterre, Avs: Francesca Albanese, Ilaria Salis, Mimmo Lucano, Abou Spumahoro, Youssef Siher, la nipote di Fakir morto da solo pieno di droga, una mamma bel coraggio di un moccioso antagonista a caso, Grimaldi di Askatasuna, un imam a piazèr. Un nightmare team, manca giusto Cospito, sogno proibito cui non si vuol rinunciare.

Si scherza per non ammazzarsi, ma un momento così fosco, così disperato chi scrive non l’ha mai ricordato, e ha 62 anni, mica 15, ed è cresciuto in via Monte Nevoso a Milano in faccia a un covo brigatista. Mai visto un tempo così. Dove la reazione civile contro terroristi ed eversivi pare del tutto sfinita, morta – ieri Filippo Facci ha mandato un condivisibilissimo grido di rabbia, “Tutti vi odiano e basta”, a quelli che hanno paralizzato la tangenziale; ma gliel’hanno lasciato fare quasi scortandoli, anzi senza quasi, nella convinzione assurda per cui era meglio dirottarli lungo un’autostrada senza negozi piuttosto che nel centro dorato di Milano già saccheggiato. Io stesso ho ricevuto messaggi disperati, incazzati, e quelle voci tradivano la disperazione di una rabbia e di una paura che non si fa più illusioni: nessuno chiede più al governo, a nessuno, di metterci una pezza, nessuno si chiede come si possa andare avanti così.

E ogni settimana il partito comunista assume potere e dà la sensazione di poter fare ciò che vuole nascondendosi dietro i ragazzini. Siamo oltre la resa e lo sappiamo. In tutto questo, le candidature dei vari Enzino e Youssef assumono un sapore curioso, come di una provocazione ribalda, di una immoralità orgogliosa; di un andazzo, invero, praticato da tutti, anche se la sinistra schiera orgogliosamente violenti: verbali, tattici, presunti martellatori, fanatici, comunque con gli occhi di fuori e la voglia di macerie, predicata in tutte le salse e in tutti i social.

Ormai la politica è un ufficio facce, un centro di raccolta a prescindere dove non conta, non serve, anzi è da evitare qualsiasi esperienza pregressa e l’ombra di una dignità mentre fa punteggio l’attitudine scalmanata, la balordaggine, tutto pur di aver combinato qualcosa di pornografico, di disdicevole, tutto a patto di essere più famigerati che famosi: potessero, candiderebbero pure Wanna Marchi, non potendo almeno la premiano. La politica segue la stessa degenerazione di tutto il resto in questo tempo immondo. Sta a se stessa come i rapper stanno alla musica e noi sappiamo che anche i rapper più loschi e implicati in faccende delinquenziali sono oscenamente corteggiati. Ormai basta augurare il male a Meloni per guadagnarsi una prospettiva elettorale. Mai vissuto un tempo così fosco, credetemi, e di peggiore ancora se ne para.

Max Del Papa, 1° novembre 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Segui nicolaporro.it su Google CLICCA QUI
Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it

SEDUTE SATIRICHE

L'appello arrivato troppo tardi - Vignetta del 30/10/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

L'appello arrivato troppo tardi

Vignetta del 30/10/2026