Politico Quotidiano

La destra non è né Meloni né Vannacci

Una frase in Aula, i richiami al passato e un giudizio politico che divide: tra memoria, identità e polemica, lo scontro va ben oltre le parole pronunciate

Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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“Votare contro la fiducia al governo significa votare per mandare a casa quel governo. Per ben sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme alla collega Schlein, al collega Conte, al collega Renzi e compagnia. Bene, io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale e quindi, di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra”.

Quello riportato qui sopra è quanto proclamò con veemenza comiziale l’11 giugno scorso in Parlamento il presidente del Consiglio on. Giorgia Meloni, rivolta a un parlamentare del sottogruppo Futuro Nazionale. Chiudete gli occhi e ripetete la stessa frase, figurandovi di essere nel passato, quando la sinistra erano i “socialcomunisti” amici e sottomessi a Stalin e ai suoi eredi, quelli dei gulag e del sangue sparso a Potsdam, a Budapest e a Praga. E presidente del Consiglio un democristiano qualsiasi.

Il Movimento Sociale Italiano, prima di Arturo Michelini e poi di Giorgio Almirante, votava sempre e con parole incendiarie contro la fiducia al governo, insieme a Palmiro Togliatti, Giancarlo Pajetta, Pietro Longo (il più probabile uccisore di Benito Mussolini) e tanti altri fino a Berlinguer. Mai nessun presidente del Consiglio democristiano si sognò di affermare che quel voto di sfiducia provava che i missini non erano la “vera destra”. La sciocchezza affermata con dire e postura comiziale a quel tempo non avrebbe retto neppure in una piazza amica di campagna monocolore DC, con il palco sotto il campanile e il curato a battere le mani.

Eppure la DC si proclamava anticomunista, come oggi il governo in carica, come lo stesso MSI allora e Futuro Nazionale oggi. L’affermazione infelice di Giorgia Meloni, anziché segnare il ludibrio del generale, definisce la sua posizione. Quando, giovane attivista, cercavo per le difficilissime campagne toscane voti per il MSI, nel giro fra i casolari dell’ultima settimana elettorale, elettori affezionati “di fede” mi accoglievano tutti o quasi con lo stesso discorso: “Sai, è passato il… e ha detto che il voto a voi è buttato via, se i comunisti vincono… la DC saranno quello che sono ma sono tanti. Ha detto che il voto a voi è disperso, a loro è un voto utile”.

Questo è FdI di oggi: governa come vogliono i nemici d’Italia, non mantiene una promessa che una, pratica il peggior amichettismo familista, ma da ottima neodc agita lo zimbello di una sinistra che in realtà è loro sodale nel partito della postdemocrazia unita e lo spauracchio del voto disperso. Siamo, anzi siete, alle solite. Quanto a chi si definisce destra “autentica” o “vera destra”, costui non fa miglior figura. La vera destra non fa rimpatriare tutti quelli che “non sono in regola”, ma quelli che demeritano la chance di un lavoro; non è razzista e accoglie chi si comporta da italiano anche se ha la pelle a pois; lascia libertà di agibilità sociale senza differenza di tendenze sessuali o altro, sempre attenta al mondo di sotto, ai non garantiti, ai comportamenti sociali soprattutto di chi amministra la cosa pubblica.

La vera destra è uno stile di vita interiore: severi con se stessi, comprensivi con gli altri, non conosce arroganza ma chiede coraggio e dignità. È un modo d’essere più che di sembrare. Un’altra cosa rispetto a quanti inneggiano “Generale, generale” e si riuniscono per rancio cameratesco, o a chi in nome di valori superiori si fa i fatti suoi o giù di lì. Un’occhiata a Pietrangelo Buttafuoco e poi ne riparliamo.

Maurizio Bianconi, 14 giugno 2026

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