Politico Quotidiano

La sinistra non impara mai, il patentino antifa è roba da regime

Si accende lo scontro tra la premier Meloni e Conte sull'autodichiarazione antifascista per gli editori di "Più libri più liberi"

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La fiera romana della piccola e media editoria “Più Libri più Liberi”, in programma a dicembre 2026, ha introdotto una novità assai singolare: gli editori che vogliono esporre i propri testi dovranno sottoscrivere una dichiarazione esplicita di antifascismo. In sostanza, per gli organizzatori, non sarà più sufficiente aderire pienamente ai valori della Costituzione, della Carta dei Diritti UE e della Dichiarazione universale dei diritti umani. Ora si pretende un atto di fede contro il fascismo, con l’impegno a non esporre materiali che ne facciano apologia o incitino all’odio, pena l’esclusione immediata dalla fiera.

Gli organizzatori parlano di una presunta e non meglio precisata necessità di fare chiarezza. In realtà, si tratta di un meccanismo di selezione ideologica che stride con il nome stesso della manifestazione e che non ha nulla a che fare con la cultura. L’antifascismo di oggi non è una categoria neutra e oggettiva. Antifascismo è sì un termine storicamente nobile poiché legato alla lotta contro il regime liberticida mussoliniano, ma nella retorica contemporanea è diventato un concetto elastico, strumentale e pensato per sopprimere facilmente il pensiero altrui. Chi decide cosa sia fascista oggi? Il fascismo storico aveva caratteristiche precise, che oggi non esistono più.

Eppure nella prassi progressista l’etichetta “fascista” si applica con disinvoltura a chiunque abbia un pensiero conservatore. Criticare l’immigrazione incontrollata? Robaccia da fascisti. Pubblicare saggi che pongono una diversa attenzione storica sulla Resistenza o sul Ventennio, cosa possibile visto che sono passati 80 anni da quegli eventi? Apologia di fascismo. E dunque, in questo modo, il concetto di antifascismo si trasforma in uno strumento di censura preventiva.

È un gesto paradossale e deliberatamente illiberale. La libertà di pensiero e di stampa (quella sì, sancita dalla Costituzione), non prevede test ideologici per partecipare alla vita pubblica. Imporre un patentino antifascista agli editori equivale a dire che sono liberi di pubblicare ma solo ciò che qualcun altro considera accettabile. Che cultura è questa? È piuttosto la logica del controllo che storicamente caratterizza i regimi autoritari: prima si definisce il nemico e poi si esclude chi non giura fedeltà alla narrazione dominante.

E in questa boutade di certificazioni di Covidiana memoria, forse preso dalla nostalgia, si è fiondato anche Giuseppe Conte, commettendo uno sfondone significativo. Commentando la vicenda, il leader del M5s ha parlato di una “polemica domenicale surreale”, suggerendo che Meloni le stia provando sostanzialmente tutte per distogliere l’attenzione da Roberto Vannacci, proprio nei giorni della costituente di Futuro Nazionale. Per l’avvocato del popolo, dunque, difendere il pluralismo d’opinione sarebbe surreale.

Ovviamente la risposta di Giorgia Meloni non s’è fatta attendere: “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire”. Meloni in questo caso dice bene. La censura è un atto contro culturale. Per fortuna l’esperienza suggerisce che questo oscurantismo non servirà a nulla, anzi. Ricordate le scorse edizioni e la fortuna che hanno avuto Passaggio al Bosco e Idrovolante edizioni, proprio perché ostracizzate dagli altri editori? Ecco. La sinistra non impara, mai.

Alessandro Bonelli, 15 giugno 2026

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