Ha perfettamente ragione Giuseppe De Lorenzo quando nel suo articolo scrive che Kimi Antonelli è il prodotto perfetto del capitalismo meritocratico, e non un 20enne che accusa la destra di volergli rubare il futuro o va a devastare città. Il reale approccio di arrendevolezza, presunzione ed ipocrisia che anima diversi giovani delle piazze italiane è ben sintetizzato dalle parole di una rappresentante studentesca della Sapienza di Roma, la quale, in occasione dell’elezione del nuovo rettore, ha così parlato: “Per chi a causa del costo dell’università e del carovita ha dovuto abbandonare gli studi, per chi è stato bloccato ed è rimasto fermato dall’ansia di dover performare, per chi è rimasto schiacciato da un sistema immobile che ci ha impedito di immaginare un futuro”.
Se i nostri nonni avessero ragionato così al termine della Seconda guerra mondiale, nessuno di noi sarebbe dovuto nascere. Il che non significa che non sia giusto fare rivendicazioni per migliorare qualcosa che non va bene. La verità, però, è che gran parte della nuova generazione è animata da vittimismo, superficialità, ed accusa ogni governo che non sia della propria ideologia di volergli rubare il futuro. Le parole sopra citate ne sono l’emblema. Le università sono un ambiente davvero troppo politicizzato, in cui tra molti studenti si registrano ideologie precostituite, con fenomeni di intolleranza verso chi non sia omologato alle tesi del politicamente corretto e del progressismo omologatore e perbenista. Per non parlare della presenza di moltissimi nostalgici del comunismo, i quali, alla luce dei milioni di morti fatti dai regimi rossi, non si capisce perché studino. O insegnino.
“L’ansia di dover performare” è una tipica frase che circola negli ambienti liceali e universitari di sinistra, secondo la cui visione un giovane dovrebbe avere ogni tipo di protezione e diritto, senza dover essere minimamente teso ad impegnarsi, o a dare quel qualcosa in più per la propria crescita. Ciò non significa doversi stressare o vivere in senso competitivo, il che è lontano dal senso di cultura e formazione personale. La frustrazione, l’ansia e lo stress da prestazione nascono solo dentro di noi, quando ci paragoniamo agli altri: se ognuno pensasse a dare il massimo, per sé stesso e per la propria cultura, fenomeni di questo tipo sarebbero pressoché inesistenti. E comunque, studiare all’università dovrebbe essere un piacere: non è obbligatorio. La verità è che nessuno si sente schiacciato dall’ansia di performare, se non per fattori personali, visto che l’università è il massimo in termini di libertà, autonomia nei tempi e nei modi dello studio. Non ho mai visto un docente universitario sgridare uno studente per non aver studiato. Questa “ansia” è semplicemente la tensione di una generazione profondamente viziata e arrendevole, la quale si è riscoperta “eroica” solo perché al governo, ora, vi è il centrodestra. Per fortuna, a differenza di ciò che vogliono far credere, molti giovani non sono così.
Flavio Maria Coticoni, 4 novembre 2026
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