Politico Quotidiano

Lega, come andrà a finire davvero

La crisi interna del Carroccio mina l'appuntamento elettorale del 2027: il ritorno alla vocazione autonomista del Nord appare sempre più come una necessità

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Umanamente provo grande simpatia per Matteo Salvini, che ho conosciuto quando era un giovanissimo militante della Lega Nord (ricordo che lo accompagnai in auto, insieme ad un comune amico, presso la residenza romana di Umberto Bossi). Tuttavia, mi spiace doverlo riconoscere, credo che ciò che sostengo su queste pagine da almeno un paio di anni si stia verificando. Ovvero il tentativo da parte di una numerosa componente della dirigenza leghista di costringerlo a fare un passo indietro.

Un tentativo che sembra avere buone possibilità di riuscita dato che il “Capitano”, dopo aver portato il suo partito ad un consenso elettorale bulgaro – uno stratosferico 34,26% – nelle europee del 2019, ha subìto dopo inanellato una serie di passi falsi che, almeno secondo gli ultimi sondaggi, avrebbero riportato la Lega ai minimi storici, realizzando una sorta di micidiale gioco dell’oca.

In particolare, la scelta di appoggiare il governo di quasi unità nazionale di Mario Draghi, che si rivelò altrettanto liberticida di quello guidato da Giuseppe Conte & company, e l’incauta mossa di arruolare un leader cesarista – come poi ha dimostrato di essere – del calibro di Roberto Vannacci, hanno creato le condizioni per il catastrofico smottamento del consenso leghista.

Un consenso che – ed è questo un elemento fondamentale per comprendere la breve parabola del successo di Salvini – se da una parte era stato grandemente favorito dalla sua scelta deliberata di abbandonare la vocazione di partito che rappresentava essenzialmente le istanze dei ceti produttivi del Nord, trasformandosi in una destra populista di respiro nazionale, dall’altra ciò, soprattutto per il suo leader, costituiva un passaggio che tagliava i ponti rispetto all’originario radicamento settentrionale.

Tant’è che, sebbene il discusso capo del Carroccio stia cercando di tornare rapidamente sui suoi passi (significativa la sua mossa di togliere progressivamente dal simbolo del partito la scritta “Salvini Premier”), ci sono leggi non scritte della politica che ci dicono che probabilmente è troppi tardi per ricominciare da dove si era partiti. In genere, dopo una serie ininterrotta di insuccessi, la logica vorrebbe che a compiere qualunque eventuale retromarcia debba essere un leader alternativo il quale, onde rafforzare e rendere credibile il “nuovo” corso, non può che usare, più o meno esplicitamente, il “vecchio” quale capro espiatorio di un declino impresso nei numeri.

Quindi, come scrissi tempo fa su queste pagine, tra i candidati più accreditati per riportare la Lega ai fasti, si fa per dire, di una forza spiccatamente autonomista, c’è sicuramente Luca Zaia, l’ex governatore del Veneto, che in questo momento appare come il personaggio più accreditato alla successione. Ed il fatto che quest’ultimo abbia rifiutato di candidarsi nella corsa per il sindaco di Venezia la dice lunga circa le sue legittime ambizioni politiche del momento.

D’altro canto, sempre più spinta nell’angolo da una destra radicale più pura che ti epura come quella incarnata dal generale Vannacci, per la Lega l’opzione nordista appare inevitabile, quanto meno per salvare il salvabile. Una opzione che, ma questo è tutto un altro discorso, se messa in pratica con un certo successo è comunque destinata a rimescolare gli equilibri interni della coalizione di centrodestra – o di destracentro che dir si voglia -, accentuando, a mio modesto parere, l’incertezza circa l’esito delle elezioni politiche del 2027. Staremo a vedere.

Claudio Romiti, 22 agosto 2026

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