Gira e rigira, la commedia della riforma elettorale è tornata in scena. Questa volta il copione ruota attorno al melodramma delle preferenze: rimetterle o non rimetterle? È questo il vero dilemma. Fratelli d’Italia, forte di un consenso oggi ampio e radicato, si dice favorevole al loro ritorno, rispolverando uno dei suoi storici cavalli di battaglia: consentire agli elettori di tornare a scrivere il cognome del candidato sulla scheda. Lega e Forza Italia, invece, appaiono più caute: frenano, sollevano obiezioni tecniche, rinviano il confronto.
Lasciamo però da parte, per un momento, le dichiarazioni di facciata e le schermaglie da talk show. Guardiamo in faccia la realtà, per quanto possa risultare sgradevole: è difficile immaginare che le preferenze tornino davvero. Non tanto, o perlomeno non solo, per questioni costituzionali o per i delicati equilibri della maggioranza, quanto per ragioni assai più semplici e intuitive.
La prima riguarda la conservazione del potere. Le segreterie dei partiti — di tutti i partiti, senza eccezioni — si sono ormai abituate a decidere chi entra in Parlamento e chi ne resta fuori. Con le liste bloccate, sono i vertici a compilare l’elenco degli eletti, premiando fedeltà, equilibri interni e opportunità politica. È davvero realistico pensare che rinuncino spontaneamente a questo potere? Difficile crederlo. Controllare le liste significa controllare, almeno in larga parte, la futura classe dirigente. Reintrodurre le preferenze significherebbe invece restituire agli elettori una quota di scelta oggi molto più limitata.
C’è poi un secondo aspetto, forse ancora più significativo. Anche ammesso che i leader trovino un’intesa, quella riforma dovrebbe essere approvata da deputati e senatori. Ed è qui che il meccanismo rischia seriamente di incepparsi. Chiedere all’attuale Parlamento di votare il ritorno delle preferenze equivale, per molti dei suoi componenti, a chiedere a un agnello di anticipare la Pasqua.
Siamo franchi: una parte non trascurabile degli attuali parlamentari è arrivata a Montecitorio o a Palazzo Madama soprattutto grazie alla posizione occupata nelle liste, più che a un consenso personale misurabile sul territorio. Molti non hanno mai affrontato una competizione basata sul voto di preferenza, non dispongono di una rete elettorale personale consolidata e si troverebbero a competere con candidati che i voti li raccolgono davvero.
Per molti di loro, una riforma di questo tipo non rappresenterebbe un semplice cambiamento delle regole del gioco, ma il rischio reale e concreto di non essere rieletti. Ecco perché è difficile immaginare che essi stessi votino una legge che potrebbe mettere fine alla propria carriera parlamentare.
E il punto, a ben vedere, è proprio questo: chi sa di poter contare su un consenso personale non ha nulla da temere da un eventuale ritorno delle preferenze. Chi, invece, deve la propria elezione quasi esclusivamente alla “benevolenza” delle segreterie di partito ha tutto l’interesse a lasciare le cose come stanno.
Per questo è altamente probabile che, almeno sotto questo profilo, tutto resti com’è. Continueranno gli annunci, le dichiarazioni solenni sulla necessità di rafforzare il rapporto tra eletti ed elettori. Ma quando arriverà il momento di votare davvero, difficilmente molti parlamentari sceglieranno di privarsi dell’unico paracadute che garantisce loro concrete possibilità di rielezione.
Gli elettori continueranno così a scegliere un simbolo, mentre saranno ancora i partiti a decidere, in larga misura, chi siederà in Parlamento.
Salvatore Di Bartolo, 5 luglio 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


