Politico Quotidiano

L’eroe di guerra attacca Vannacci. Ma c’è una contraddizione che molti non hanno notato

Pagliaaccusa l'ex generale di usare il patriottismo in politica. Ma il vero nodo è un altro: chi può davvero decidere chi è un vero patriota?

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C’è un passaggio dell’intervista che Il Foglio ha pubblicato ieri a firma di Claudio Cerasa che merita di essere letto con attenzione. Non tanto per quello che dice di Roberto Vannacci, quanto per quello che racconta dell’Italia di oggi. Il protagonista è Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare. Un uomo la cui storia personale impone rispetto a prescindere dalle idee politiche. Ed è proprio forte di quell’autorevolezza che Paglia prova a demolire il “fenomeno Vannacci”.

La tesi è semplice: il patriota non è chi parla di patria, ma chi la difende; non è chi agita l’uniforme in politica, ma chi serve lo Stato senza trasformare il proprio passato militare in un capitale elettorale. Da qui l’accusa più pesante rivolta all’ex generale oggi leader politico: “non si deve sfruttare il proprio status militare”, dice Paglia, aggiungendo che Vannacci non rappresenta le Forze armate e che usare il patriottismo per raccogliere voti sarebbe un errore.

Ma l’intervista non si ferma qui. Paglia affronta anche uno dei temi più divisivi del dibattito internazionale: la guerra in Ucraina e il ruolo della Russia. Per lui Mosca rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea e occidentale, una minaccia che non può essere sottovalutata. Da qui la difesa convinta della NATO, della cooperazione tra gli alleati e del rafforzamento della capacità militare europea. È una posizione netta, perfettamente coerente con quella parte dell’establishment politico e strategico che considera il sostegno a Kiev e la deterrenza nei confronti del Cremlino una priorità imprescindibile.

Anche su questo terreno, però, il bersaglio è evidente. Vannacci, pur avendo condannato l’invasione russa, ha più volte espresso dubbi sull’efficacia di alcune scelte occidentali, sui costi economici del conflitto e sulla necessità di evitare un’escalation permanente con Mosca. Due letture profondamente diverse dello stesso scenario geopolitico. È una critica dura. Forse la più dura arrivata finora da una figura proveniente dal mondo militare. Ma basta davvero questo per “smontare” Vannacci?

Qui nasce il dubbio. Perché, a ben vedere, Paglia non entra quasi mai nel merito delle battaglie politiche del suo avversario. Non confuta le sue analisi sull’immigrazione. Non discute le sue posizioni sull’identità nazionale. Non affronta davvero il nodo della sovranità nazionale rispetto ai processi di integrazione europea. E anche sul dossier russo, più che smontare le argomentazioni di Vannacci, ribadisce una visione diversa della politica estera e della sicurezza.

Piuttosto, propone una diversa idea di patriottismo: più istituzionale, più atlantista, più europeista. Una visione legittima, naturalmente. Ma pur sempre una visione politica. Ed è qui che il dibattito diventa interessante. Per anni una parte dell’opinione pubblica ha accusato l’ex generale di politicizzare la divisa. Oggi è un altro militare, decoratissimo, a intervenire nel dibattito pubblico per contestare Vannacci. Anche questo è politica. Anche questo significa utilizzare la propria autorevolezza maturata in uniforme per sostenere una precisa idea del Paese.

Nulla di scandaloso. Anzi. In democrazia è giusto che chiunque possa esprimere le proprie opinioni. Sarebbe assurdo pretendere che chi ha servito lo Stato in uniforme debba rinunciare, una volta terminato quel servizio, al diritto di partecipare al confronto pubblico. Allora il dubbio sorge spontaneo: il problema è davvero che un generale faccia politica? Oppure il problema nasce soltanto quando quel generale sostiene idee che non piacciono?

Perché, se il principio è che l’uniforme non dovrebbe mai essere evocata nel dibattito politico, allora dovrebbe valere sempre. Se invece si ritiene legittimo che un militare decorato intervenga nel confronto pubblico per sostenere una certa visione dell’Italia, dell’Europa e della NATO, allora bisogna riconoscere che il punto non è la divisa. Il punto sono le idee.

L’intervista del Foglio sembra voler dimostrare che esiste un solo patriottismo legittimo: quello pienamente atlantista, europeista e convintamente favorevole al rafforzamento della NATO. Vannacci ne propone un altro, più incentrato sulla sovranità nazionale e molto più critico verso alcune scelte dell’Occidente.

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Sono due visioni diverse dell’interesse nazionale. Ed è probabilmente questo il vero punto dello scontro. Perché, al di là delle medaglie, dei gradi e delle biografie personali, nessuno possiede il monopolio del patriottismo. Né Paglia. Né Vannacci. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante dell’intervista. Nel tentativo di delegittimare Vannacci come interprete del patriottismo, Paglia finisce per offrire una propria definizione di patriottismo. Non meno politica. Non meno discutibile. Non meno legittima. Ma pur sempre una definizione tra le altre.

Alla fine, la domanda è inevitabile: chi stabilisce oggi che cosa significhi amare davvero l’Italia? Chi sostiene che la sicurezza passi attraverso più Europa e più NATO? Oppure chi ritiene che il primo dovere di uno Stato sia difendere la propria sovranità, anche mettendo in discussione alcuni dogmi dell’establishment occidentale? La risposta, chiaramente, non può arrivare da un’intervista. Può arrivare, al contrario, dal confronto delle idee. E, in ultima analisi, dal giudizio degli elettori.

Salvatore di Bartolo, 30 luglio 2026

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