I clamorosi sondaggi che mostrano un deciso vantaggio del partito di Roberto Vannacci sulla Lega di Matteo Salvini, se confermati nelle urne, probabilmente già oggi mettono in forte discussione la leadership del capo del Carroccio. Un Salvini che, al pari di tanti altri personaggi finiti quasi ai margini del panorama politico – pensiamo alla meteora Renzi o a quelle dei grillini dalle percentuali bulgare – sta pericolosamente viaggiando verso il limbo dell’irrilevanza.
Sebbene in passato abbia dimostrato una evidente capacità a cavalcare la pancia del Paese, egli ha sempre puntato ad un riscontro immediato delle sue mosse, senza però considerarne il prezzo strategico che esse avrebbero potuto comportare. In tal senso due cose, in particolare, a posteriori si sono rivelate a mio parere, determinanti per la continua discesa dei consensi leghisti: la decisione di abbandonare la storica vocazione autonomista del suo partito, puntando a diventare una forza politica radicata a livello nazionale, e la controversa decisione di entrare nell’ammucchiata politica che sostenne il governo tecnico di Mario Draghi durante il pasticcio della pandemia di Covid-19. Una scelta che di fatto contribuì in modo decisivo all’esplosione dell’allora piccolo partito di Giorgia Meloni, rimasta coerentemente fuori da tale esecutivo di unità nazionale.
Nel primo caso, l’abbandono della linea nordista, malgrado fosse necessaria per un Salvini che puntava diritto a Palazzo Chigi, di fatto avrebbe poi impedito di poter tornare sui propri passi, recuperando parte dell’elettorato settentrionale, se non attraverso una inevitabile sostituzione nella leadership. Cosa che, giunti a questo punto, mi pare altamente probabile. Sotto questo profilo continuo a pensare che Luca Zaia, ex governatore della roccaforte leghista del Veneto, stia emulando il famoso cinese seduto pazientemente sulla riva del fiume in attesa che passi il “cadavere”, in senso metaforico, del suo principale avversario interno.
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- Vannacci deve decidere. Spero non sia così fessoD’altro canto, in politica il tempismo è tutto, soprattutto quando si decide scientemente di abbandonare un tradizionale bacino di consenso, puntando tutte le proprie carte sull’elemento della novità. E se poi la stanza dei bottoni non arriva, come accadde a Salvini quando ruppe con gli scappati di casa del Movimento 5 Stelle, a nulla serve riciclarsi come un partito di estrema destra che, altro errore fatale, pur di raggranellare qualche voto in più ha arruolato un ambizioso generale che, in pochi mesi e dal vantaggio di trovarsi all’opposizione, ha utilizzato a suo grande vantaggio tutte le tematiche cavalcate per anni dallo stesso Salvini.
Tematiche che al segretario non sono affatto servite a modificare i rapporti di forza con Fratelli d’Italia, avendo trovato nella Meloni un osso troppo duro da rodere, ma che hanno invece consentito a Vannacci di crescere ad un livello tale da mettere in forte discussione, nel caso di un mancato accordo con il centrodestra, l’esito delle elezioni per la prossima legislatura.
Claudio Romiti, 28 luglio 2026
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