Vorrei approfondire alcuni aspetti metodologici del questionario predisposto per valutare il possibile ruolo politico di Sigfrido Ranucci. Senza entrare in riflessioni esterne al mio campo professionale, mi limito ad analizzare la struttura dello strumento, gli effetti che quella struttura avrebbe potuto produrre sulle risposte e, successivamente, gli effetti che un’eventuale pubblicazione dei risultati avrebbe potuto avere sulla comunicazione politica. Faccio riferimento alla versione del questionario pubblicata da Il Giornale. È importante specificarlo, perché non dispongo del rapporto finale della ricerca, né di tutti gli elementi tecnici che sarebbero necessari per giudicare compiutamente un’indagine demoscopica.
Qual era veramente l’universo della ricerca?
Il primo punto è forse il più semplice, ma anche quello che rischierebbe più facilmente di scomparire nella comunicazione dei risultati, perché non si trattava di un sondaggio sulla popolazione italiana e neppure sull’intero corpo elettorale. Secondo il questionario pubblicato, lo screening iniziale selezionava sostanzialmente gli elettori di centrosinistra e i non votanti comunque orientati verso quell’area politica. Venivano invece esclusi gli elettori di centrodestra, i non votanti orientati verso il centrodestra e coloro che dichiaravano di non votare indipendentemente da partiti e candidati. L’universo effettivamente esplorato diventava quindi una parte politicamente preselezionata dell’elettorato.
Non c’è niente di metodologicamente scorretto nel voler studiare il solo elettorato del centrosinistra, purché sia questo l’oggetto dichiarato della ricerca. Il problema nasce quando si utilizzano espressioni come «potenziale elettorale», possibilità di battere Giorgia Meloni o addirittura «notorietà trasversale». Ovviamente, la trasversalità di un candidato non può essere verificata dopo aver escluso preventivamente una parte consistente dell’elettorato al quale quella trasversalità dovrebbe riferirsi.
Se voglio valutare la capacità di una personalità di competere in un’elezione nazionale, dovrei poter misurare la sua attrattività anche fra moderati, indecisi, astensionisti e magari elettori provenienti dallo schieramento avversario. Qui non era possibile farlo, perché quelle persone erano state eliminate a monte. Una frazione della frazione della frazione.
Perché il primo filtro politico non era l’unico. Il questionario procedeva con le domande su Schlein e Conte, sulle primarie, sul possibile candidato terzo e sulle caratteristiche che avrebbe dovuto possedere. Successivamente si arrivava alla conoscenza del CANDIDATO. Alla domanda 9b, chi dichiarava di non conoscerlo veniva escluso dalle successive domande sull’immagine, sulla credibilità politica e sulla propensione al voto. Si produceva quindi un ulteriore restringimento. L’eventuale disponibilità finale a votare Ranucci avrebbe potuto riguardare non più gli italiani, non gli elettori italiani, neppure tutti gli elettori selezionati di centrosinistra, ma solo la parte degli elettori di centrosinistra che conosceva già il candidato.
Questo, scusate, non è un dettaglio. Chi conosce già Ranucci potrebbe essere mediamente più interessato alla politica e all’informazione, potrebbe guardare più frequentemente programmi di approfondimento e potrebbe aver già sviluppato un atteggiamento positivo o negativo verso di lui.
Proviamo a immaginare che da una rilevazione del genere fosse successivamente uscito un titolo come: «Il 40 per cento voterebbe Ranucci». La prima domanda metodologica dovrebbe essere: il 40 per cento di chi? Degli italiani, oppure degli elettori, oppure degli elettori di centrosinistra, oppure soltanto degli elettori di centrosinistra che conoscevano già Ranucci? Anche il non esperto capisce che siamo di fronte a universi molto diversi.
L’imbuto cognitivo
È particolarmente importante osservare la successione delle domande. Il meccanismo è molto sottile. Il questionario restringe progressivamente il mondo entro il quale il rispondente è chiamato a formulare le proprie valutazioni. Prima vengono presentati Schlein e Conte. Poi se ne valutano punti di forza e debolezza. Successivamente viene chiesto chi dei due avrebbe maggiori possibilità di battere Giorgia Meloni. Poi compare l’ipotesi di un terzo candidato capace di «superare la contrapposizione» fra i due.
Poi si domanda se questa figura dovrebbe provenire dalla politica tradizionale oppure dalla società civile, dalle professioni o dall’informazione. Successivamente vengono proposte caratteristiche quali indipendenza dai partiti, integrità, autorevolezza, capacità comunicativa. Fin qui il possibile terzo candidato potrebbe ancora appartenere a mondi molto diversi. Potrebbe essere un magistrato, un economista, un imprenditore, un accademico, un medico, un amministratore, una personalità della cultura, un rappresentante dell’associazionismo. Poi però il campo viene ulteriormente ristretto. Si chiede infatti quali giornalisti televisivi e conduttori di programmi di approfondimento vengano spontaneamente in mente. È chiaro che, a quel punto, l’universo cognitivo è diventato estremamente circoscritto.
La sequenza può essere sintetizzata così: Schlein e Conte, loro contrapposizione, possibile necessità di un terzo, outsider, società civile, informazione, televisione, giornalismo di approfondimento, CANDIDATO.
Il rispondente continua a essere libero di rispondere, ma gli è stato progressivamente indicato dove cercare la risposta. Nelle carte riportate dalla stampa compare anche un’osservazione del ricercatore relativa proprio alla notorietà spontanea. Il ragionamento, dal punto di vista strettamente tecnico, è comprensibile: se si vuole misurare la notorietà spontanea di un giornalista televisivo, è ragionevole collocarlo nel suo «dominio naturale di visibilità», cioè fra giornalisti e conduttori televisivi.
Allargando il campo a magistrati, università, società civile e altre personalità pubbliche, le risposte si disperderebbero e diminuirebbe la probabilità che Ranucci venga citato spontaneamente. Fin qui nulla da eccepire, se l’obiettivo è conoscere quanto Ranucci sia top of mind fra i giornalisti televisivi. Ma la questione cambia completamente se l’obiettivo è verificare quale personalità esterna alla politica possa diventare il terzo candidato del campo largo. In quel caso, restringere preventivamente l’universo ai giornalisti significa eliminare proprio una parte essenziale della competizione.
Se, aprendo il campo a magistrati, economisti, accademici, imprenditori, medici, personalità della cultura e rappresentanti della società civile, Ranucci non emergesse spontaneamente, questa scomparsa non sarebbe rumore statistico da eliminare. Sarebbe un importante risultato della ricerca. Ma guardiamo il questionario, perché alcune domande meritano particolare attenzione
La domanda 6 chiede se sarebbe «auspicabile» un candidato terzo capace di «superare la contrapposizione» fra Schlein e Conte. La formulazione contiene già un frame interpretativo. La contrapposizione viene infatti rappresentata implicitamente come un problema e il terzo candidato come una possibile soluzione. La domanda 8 introduce poi caratteristiche come «integrità morale, onestà e trasparenza», «indipendenza dai partiti e vicinanza alla società civile», «carisma ed efficacia nella comunicazione». Risulta evidente che, prima ancora che venga presentato Ranucci, viene costruito un ritratto ideale dell’outsider che presenta numerosi elementi compatibili con la sua immagine pubblica.
La domanda 9a chiede quali giornalisti televisivi e conduttori di programmi di approfondimento vengano spontaneamente in mente. Tecnicamente il nome di Ranucci non viene suggerito. La risposta sarebbe dunque spontanea, ma dentro una categoria preventivamente indicata. Perfettamente legittimo se voglio confrontare la notorietà di un conduttore con quella degli altri conduttori. Molto meno probante se voglio dimostrare che quella persona emerge spontaneamente dalla società civile come possibile leader politico.
Un altro passaggio interessante è costituito dalle domande sull’immagine. Prima si valutano indipendenza, ricerca della verità, autorevolezza, competenza, capacità comunicativa.
Poi arriva la domanda se le competenze sviluppate nella carriera giornalistica possano essere utili per governare il Paese. È una vera e propria cerniera fra due identità diverse: Ranucci giornalista e Ranucci possibile uomo politico. Il rischio metodologico è quello dell’effetto alone. Essere considerato un eccellente giornalista non implica necessariamente possedere capacità amministrative o di governo. Il questionario, però, conduce il rispondente dal giudizio professionale positivo alla domanda sulla trasferibilità di quelle qualità alla politica.
Alla fine si domanda quale sarebbe la propensione a votare il CANDIDATO qualora guidasse la coalizione di centrosinistra. Qui bisogna fare attenzione all’interpretazione, perché la domanda viene posta a persone già selezionate politicamente e, successivamente, filtrate sulla conoscenza del candidato. Inoltre manca una condizione di confronto realmente equivalente. Se si voleva capire quale valore aggiunto producesse Ranucci, si sarebbe dovuta confrontare, sugli stessi individui o su gruppi equivalenti, la propensione a votare una coalizione guidata da Schlein, una guidata da Conte, una guidata da Ranucci ed eventualmente una guidata da altri outsider.
Altrimenti non sappiamo quanto l’intervistato stia scegliendo Ranucci e quanto stia semplicemente dichiarando che voterebbe comunque la propria coalizione abituale anche con Ranucci alla guida. Per isolare l’effetto specifico del candidato servirebbe una baseline.
Il problema rilevante di contesto temporale
Dopo l’attentato del 16 ottobre 2025, Ranucci attraversa una fase eccezionale di esposizione pubblica. Non possiamo affermare, senza misurazioni longitudinali, che si trattasse del massimo storico della sua notorietà. Possiamo però parlare prudentemente di una fase straordinaria di salienza mediatica. In condizioni del genere notorietà, solidarietà, fiducia e credibilità possono temporaneamente sovrapporsi. Il rischio metodologico è quello di interpretare una notorietà fortemente influenzata da un evento eccezionale come se rappresentasse necessariamente un capitale politico stabile. Resta quello che, avendo vissuto personalmente molte presentazioni pubbliche di sondaggi del mio istituto, considero l’aspetto più interessante.
Se un sondaggio costruito in questo modo avesse restituito un risultato elevato e quel risultato fosse stato pubblicato, la ricerca avrebbe potuto cessare di essere soltanto uno strumento di osservazione. Avrebbe potuto diventare essa stessa un evento politico. Immaginiamo un titolo: «Ranucci, quattro elettori del campo largo su dieci pronti a votarlo». Quasi inevitabilmente sarebbero seguiti interviste, editoriali, confronti con Schlein e Conte, domande sulla sua disponibilità a candidarsi, nuovi sondaggi e discussioni all’interno dei partiti. Nel passaggio dal rapporto di ricerca alla comunicazione mediatica sarebbero potuti scomparire proprio gli elementi metodologicamente più importanti: il filtro iniziale, i successivi restringimenti, l’universo effettivamente intervistato, la sequenza delle domande. Sarebbe rimasto soprattutto il numero.
Il primo sondaggio avrebbe prodotto una notizia. La notizia avrebbe aumentato la notorietà politica del soggetto. I sondaggi successivi avrebbero quindi finito per misurare anche una notorietà prodotta, almeno in parte, dal sondaggio precedente. Si sarebbe creato un circuito di retroazione nel quale la fotografia avrebbe cominciato a modificare il soggetto fotografato.
Allora qualcuno potrebbe chiedere quale sarebbe stato un sondaggio oggettivo. Se l’obiettivo fosse stato realmente esplorare l’esistenza spontanea di uno spazio politico per una figura terza, avrei proceduto quasi nella direzione opposta. Avrei campionato l’intero elettorato italiano. Avrei chiesto inizialmente, senza suggerimenti, quali personalità politiche o della società civile potessero essere considerate credibili alla guida di una coalizione alternativa.
Solo successivamente avrei presentato una lista ampia di figure provenienti da mondi differenti. Ranucci sarebbe comparso insieme agli altri, senza che il questionario conducesse precedentemente il rispondente verso il giornalismo televisivo. Avrei inoltre misurato la sua propensione al voto prima delle batterie relative a indipendenza, autorevolezza, integrità e capacità comunicativa. Ancora meglio, avrei utilizzato gruppi diversi e versioni differenti del questionario, in modo da verificare quanto del consenso fosse già presente e quanto potesse essere prodotto dalla sequenza delle domande. Ed ecco allora una piccola provocazione finale.
Adesso che giornali, televisioni e settimane di discussioni hanno realmente portato Ranucci dentro l’immaginario politico degli italiani, sarebbe questo il momento interessante per rifare il sondaggio. Questa volta, però, senza imbuto e senza escludere preventivamente una parte dell’elettorato, campionando l’intera popolazione elettorale italiana. Solo allora potremmo capire se Ranucci emerge davvero nel ruolo proposto.
Vincenzo Freni, 18 agosto 2026
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