Politico Quotidiano

L’inquietante gesto del grillino Scarpinato contro il magistrato per il Sì

Quando il voto si trasforma in tattica per intimidire chi la pensa diversamente

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La vicenda che coinvolge Roberto Scarpinato, per come è stata raccontata da Anna Gallucci, non è solo “singolare”: è profondamente inquietante sul piano istituzionale. Secondo quanto riferito dalla stessa Gallucci durante un incontro pubblico a Fano, il senatore avrebbe presentato al Consiglio Superiore della Magistratura una richiesta formale di accesso agli atti relativi alla sua carriera professionale. Non un documento qualsiasi, ma il fascicolo personale di un magistrato: un insieme di valutazioni, progressioni di carriera, eventuali rilievi disciplinari e altri dati sensibili, normalmente protetti da rigorose norme sulla privacy.

La particolarità – ed è qui che nasce il caso – sta nelle modalità e nella motivazione della richiesta. Gallucci ha spiegato che l’istanza sarebbe stata presentata da Scarpinato nella sua veste di parlamentare, allegando il tesserino, ma senza che emergesse con chiarezza quale fosse l’interesse diretto, concreto e attuale necessario per ottenere l’accesso a questo tipo di documentazione. In altre parole: non è chiaro perché un politico dovrebbe avere titolo per visionare il fascicolo professionale di un magistrato.

Il contesto rende tutto ancora più delicato. La stessa Gallucci si è esposta pubblicamente a favore della riforma della giustizia promossa dal governo e ha rilasciato dichiarazioni critiche verso una certa narrazione sull’indipendenza della magistratura. Posizioni che le sono valse non poche polemiche e attacchi. È in questo clima già teso che si inserirebbe la richiesta di accesso agli atti. Per questo non siamo davanti a una semplice questione burocratica. Siamo davanti a un potenziale cortocircuito tra potere politico e autonomia della magistratura.

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Un parlamentare – per di più già magistrato, quindi perfettamente consapevole dei limiti e delle garanzie del sistema – che utilizza la propria qualifica per chiedere accesso al fascicolo professionale di una ex collega, custodito presso il Csm, non può essere liquidato con leggerezza. È un gesto che pesa. E pesa ancora di più se inserito in un contesto di tensione politica, in cui quella stessa magistrata ha espresso posizioni scomode e non allineate.

Il punto non è solo giuridico. È prima di tutto culturale e istituzionale. Ed è qui che emerge un paradosso politico difficilmente ignorabile. Una parte della sinistra sostiene il No al referendum sulla giustizia in nome della difesa dell’autonomia della magistratura dal potere politico. Ma poi, nei fatti, reagisce con ostilità – quando non con iniziative come questa – nei confronti di quei magistrati che esprimono posizioni diverse, favorevoli alla riforma.

Difendere l’indipendenza solo quando conviene e metterla in discussione quando qualcuno dissente non è una contraddizione marginale: è un cortocircuito che mina la credibilità stessa di quella battaglia. Se – come riferito – la richiesta è stata avanzata senza un interesse diretto, concreto e attuale, allora siamo davanti a un uso distorto di uno strumento pensato per garantire trasparenza, non per esercitare pressione. E questo è il cuore del problema: il rischio che strumenti legittimi vengano piegati a finalità improprie. Chi ha ricoperto ruoli apicali nella magistratura, come Scarpinato, conosce perfettamente il valore della riservatezza dei fascicoli personali dei magistrati. Sa che quei documenti contengono valutazioni, dati sensibili, elementi che non possono diventare terreno di incursioni politiche. Proprio per questo, la sua eventuale condotta – se confermata – non sarebbe solo discutibile: sarebbe doppiamente grave.

Perché qui non si tratta di inesperienza o superficialità. Si tratta, semmai, di consapevolezza. E allora la domanda diventa inevitabile: con quale legittimità un esponente politico può accedere – o tentare di accedere – alla carriera di un magistrato che ha espresso opinioni divergenti? E quale messaggio si manda al resto della magistratura? Il rischio è evidente: che si instilli il sospetto di un controllo politico, di una forma indiretta di intimidazione, di un “attenzionamento” verso chi esce dal solco. Anche solo il dubbio, in uno Stato di diritto, è veleno.

Salvatore di Bartolo, 19 marzo 2026

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