Una relazione di 314 pagine, preparata il 28 febbraio e finita sui giornali prima ancora di essere formalmente depositata davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Domenico Arcuri si è presentato a Palazzo San Macuto per ricostruire la propria versione sulla gestione dell’emergenza sanitaria, ma il primo interrogativo è nato fuori dall’aula e riguarda il percorso seguito dal documento predisposto in vista dell’audizione.
Il testo, pubblicato dal Tempo nelle ore precedenti all’esame testimoniale, contiene la lunga difesa dell’ex commissario straordinario sulle mascherine provenienti dalla Cina, sugli approvvigionamenti e sulle attività svolte dalla struttura commissariale. Il particolare che accende il caso, però, è doppio: la relazione porta la data del 28 febbraio e, secondo quanto emerso durante i lavori della Commissione, non era stata ancora trasmessa ai commissari quando risultava già nella disponibilità di alcuni organi di informazione.
Non un documento scritto sull’onda dell’audizione, dunque, ma una ricostruzione confezionata cinque mesi prima e fatta circolare proprio alla vigilia della testimonianza di Arcuri. È qui che prende forma il giallo della “manina”: chi ha consegnato il file alla stampa? E come ha potuto una relazione destinata alla Commissione diventare pubblica prima che i suoi componenti potessero leggerla?
A sollevare il problema durante l’audizione è stato Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e componente della Commissione Covid. Come ricostruito da La Verità, il parlamentare ha parlato di una circostanza “abbastanza sconcertante”, ricordando che “una testimonianza, per definizione, dovrebbe essere inedita e originale”. Il confronto ha chiarito la singolare successione degli eventi. Bignami ha fatto presente che il testo della testimonianza non era ancora a disposizione della Commissione. Arcuri ha spiegato che lo avrebbe trasmesso entro 72 ore. Eppure quelle stesse 314 pagine erano già consultabili online e nelle mani di una testata giornalistica.
Il deputato di Fratelli d’Italia non ha attribuito direttamente all’ex commissario la responsabilità della diffusione. Ha però messo in fila il problema con parole difficili da equivocare: “Da qualche parte arriverà e chiunque gliel’abbia data al Tempo, l’avrà avuta dalla fonte”. Arcuri ha respinto l’ipotesi che il documento potesse essere stato elaborato da altri: “Troverei davvero peculiare che questa relazione, dopo sei anni di silenzio, l’abbia elaborata qualcuno diverso da me”.
Una risposta che, tuttavia, non risolve il nodo della fuoriuscita del file. Bignami ha quindi insistito sul punto, arrivando a ipotizzare che qualcuno possa avere avuto accesso agli apparati dell’ex commissario: “Però l’autore del file è dovuto essere un altro soggetto. Se il file è stato scaricato dal Tempo, lo dico anche a sua tutela, vuol dire che qualcuno si è intrufolato nei suoi apparati, commissario”.
Il mistero resta dunque aperto. Arcuri riconosce di essere l’autore della relazione, ma il documento destinato ai commissari ha raggiunto la stampa prima di essere depositato. Una circostanza che potrebbe indicare una consegna dall’interno oppure, seguendo il ragionamento emerso in aula, un accesso non autorizzato al file. In entrambi i casi manca ancora una spiegazione su chi abbia avuto materialmente la disponibilità del testo e abbia deciso di farlo circolare proprio a ridosso dell’audizione.
Sul merito della propria attività, Arcuri non ha riservato particolari sorprese. L’ex commissario ha difeso tutte le principali scelte compiute nella prima fase della pandemia, ha respinto le accuse relative alle mascherine cinesi e ha puntato il dito contro l’efficienza della Consip dell’epoca. “A pochi capita la fortuna di servire il proprio Paese in stagioni come quella. Io lo rifarei”, ha esordito nel corso dell’audizione, durata diverse ore. Arcuri ha ricordato le polemiche e le contestazioni che lo hanno accompagnato negli ultimi anni, rivendicando la decisione di non rispondere pubblicamente.
“Sapete cosa ha fatto il principale protagonista di questa storia, ovvero il sottoscritto, come si è difeso di fronte a questa valanga di insinuazioni, di falsità, di allusioni, per non dire di accuse fangose? Durate sei anni e ancora in corso su alcuni media. In silenzio”, ha aggiunto. Poi l’avvertimento rivolto ai componenti della Commissione: “Auguro a tutti voi di non doversi trovare mai in situazione similare, lo dico senza ironia”.
Una parte consistente dell’esame testimoniale si è concentrata sulle forniture dei dispositivi di protezione individuale acquistati nei mesi più drammatici dell’emergenza. Arcuri ha annunciato di voler offrire per la prima volta la propria ricostruzione completa sulle mascherine dalla Cina: “La racconto oggi, in questa commissione, per la prima volta. Da domani sarò libero di fare di questo patrimonio cognitivo l’uso che riterrò più opportuno”. L’ex commissario ha negato che dispositivi irregolari, non controllati o privi delle necessarie verifiche siano stati distribuiti alle strutture sanitarie: “Nessuna mascherina farlocca, nessuna eccezione rispetto alla procedura di valutazione del Cts e nessuna distribuzione di dispositivi non valutati”.
A sostegno della propria versione, Arcuri ha richiamato la relazione dell’allora segretario del Comitato tecnico scientifico Fabio Ciciliano: “Non ha mai detto che le mascherine inidonee siano finite negli ospedali, o distribuite comunque ai sanitari, e non ha mai parlato di dispositivi farlocchi”. Secondo l’ex commissario, i dispositivi importati dalla Cina “erano tutte approvati”. Arcuri ha inoltre ricordato le norme applicate durante l’emergenza, spiegando che “non era necessario che i dispositivi avessero la marcatura Ce; era sufficiente che avessero un’efficacia protettiva analoga a quella prevista dalla normativa sino ad allora vigente”. La verifica dell’idoneità, ha aggiunto, spettava agli organismi competenti, tra i quali il Comitato tecnico scientifico, l’Istituto superiore di sanità e l’Inail.
Arcuri ha contestato anche la ricostruzione relativa a una presunta maxi commessa da 1,25 miliardi di euro. Secondo l’ex commissario non ci sarebbe stato un unico affidamento, ma sei diversi contratti riguardanti complessivamente 28 aziende produttrici. Il supermanager ha difeso sia le condizioni economiche sia le modalità con cui vennero eseguiti i pagamenti: “Erano assolutamente in linea con le prassi commerciali internazionali e non costituivano forme di pagamento anticipato. Il pagamento è avvenuto sempre dopo che la merce usciva dalla disponibilità dei venditori”.
Le norme introdotte per fronteggiare l’emergenza, ha precisato, avrebbero consentito procedure persino più rapide. “Si potevano pagare in acconto anche intere forniture e senza garanzie. Questa facoltà non venne mai usata dal sottoscritto. Ma anche se l’avessi utilizzata era prevista dalla legge”. Sul punto è stata nuovamente richiamata la posizione di Ciciliano, secondo il quale i pagamenti anticipati erano, in quel contesto, “non solo previsti, ma necessari in una situazione di guerra commerciale”.
Un altro passaggio ha riguardato il ruolo di Consip. Arcuri ha negato di aver voluto escludere la centrale acquisti della pubblica amministrazione dalla ricerca dei dispositivi e ha descritto un mercato internazionale nel quale la domanda di mascherine superava enormemente le disponibilità: “Solo per i sanitari servono 3 milioni di mascherine al giorno, noi non abbiamo nulla. In 50 giorni la Protezione civile e Consip hanno reperito 2,8 milioni di mascherine. Poco meno del fabbisogno di un giorno. Eravamo in guerra disarmati e non tutti abbiamo avuto la modestia e il coraggio di ammetterlo”. Secondo quanto dichiarato durante l’audizione, i dispositivi reperiti attraverso Consip sarebbero inoltre “costati di più delle famigerate mascherine cinesi”.
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Arcuri ha affrontato anche il tema dei rapporti tra la struttura commissariale e il governo, escludendo di aver ricevuto pressioni o indicazioni sulle forniture dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Non ho mai, neppure lontanamente, ricevuto dal presidente del Consiglio alcuna richiesta, alcuna sollecitazione, alcuna sottolineatura. Mai”. Il clima di quei mesi, ha aggiunto, fu caratterizzato da “nessuna pressione, solo richieste di fare presto”. Una versione che, secondo quanto emerso in Commissione, sarebbe stata confermata anche da Ciciliano, che ha escluso condizionamenti sui tecnici da parte della struttura commissariale.
Infine, l’ex commissario ha annunciato di essersi rivolto alla magistratura civile in relazione ad alcune forniture: “Per quanto riguarda la JC Electronics ho incardinato al Tribunale di Roma una azione civile tesa al risarcimento danni”. La difesa di Arcuri era dunque pronta dal 28 febbraio. Cinque mesi dopo è diventata la base della sua audizione, ma è arrivata alla stampa prima ancora che alla Commissione. Il contenuto è ormai pubblico. La “manina” che ha fatto uscire le 314 pagine, invece, continua a non avere un nome.
Massimo Balsamo, 29 luglio 2026
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