C’è un ragazzo di poco più di vent’anni, Quentin Deranque, massacrato di botte e ucciso a Lione da un branco di estremisti di sinistra. C’è una Francia sotto choc, con undici arresti, legami imbarazzanti tra gli aggressori e ambienti vicini a La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, perfino l’assistente di un deputato finito in manette. C’è un clima che puzza di odio ideologico, di violenza politica, di resa dei conti permanente. E in tutto questo, sapete qual è la priorità di Emmanuel Macron? Ordinare a Giorgia Meloni di “non commentare”.
Perché quando il presidente del Consiglio italiano scrive parole di semplice buonsenso – che nessuna idea politica può giustificare la violenza, che l’odio non può sostituire il dialogo, che la morte di un ragazzo è una ferita per l’Europa – il presidente francese si affretta a bacchettarla da Nuova Delhi. “Che ognuno resti a casa sua e le pecore saranno ben custodite”, ironizza, come se si trattasse di una schermaglia da cortile e non dell’omicidio di un giovane europeo. Roba da matti.
Perché qui non siamo davanti a un’ingerenza negli affari interni di Parigi. Non c’è stata alcuna lezione di morale, nessuna interferenza diplomatica. C’è stata una presa di posizione politica contro la violenza. Punto. E se dire che ammazzare un ragazzo per motivi ideologici è una ferita per l’Europa diventa un affronto internazionale, allora vuol dire che abbiamo perso il senso delle proporzioni. Ma poi parla proprio lui? Davvero Macron scopre adesso il principio del “ognuno a casa sua”? Davvero si indigna per una dichiarazione che richiama al rispetto della democrazia? Conviene fare un piccolo esercizio di memoria.
Subito dopo la vittoria del centrodestra alle elezioni italiane del 2022, da Parigi partì la solita lezioncina. Non un tweet di circostanza, non un commento generico. Fu la ministra francese Laurence Boone a dichiarare apertamente che la Francia avrebbe “vigilato” sull’Italia, come se Roma fosse un sorvegliato speciale, una provincia da tenere sotto controllo. Una frase che suonò come un’ingerenza bella e buona negli affari italiani, con tanto di sopracciglio alzato verso la nuova premier.
Allora andava bene mettere il naso nella politica di un Paese sovrano. Allora non c’era nessuna stalla da custodire, nessuna pecora da riportare all’ovile. C’era invece l’aria di chi si sente legittimato a dare patenti di democrazia agli altri. La solita figuraccia travestita da superiorità morale. Oggi, invece, basta un messaggio di cordoglio e di condanna della violenza perché scatti la reazione stizzita. Forse perché il caso Deranque è politicamente esplosivo. Perché non sono gruppi “di destra” a finire sotto accusa, ma ambienti riconducibili all’estremismo di sinistra. Perché La France Insoumise è sotto pressione, non solo dalla destra ma anche dai macroniani e perfino dai socialisti. François Hollande è arrivato a dire che i socialisti non possono più allearsi con Mélenchon, definendo il suo movimento di estrema sinistra per i legami con la Giovane guardia antifascista, gruppo sciolto dal governo francese perché violento.
E allora il problema diventa chi parla, non cosa è accaduto. Il problema diventa la Meloni, non un ragazzo morto. Il bersaglio è il commento, non l’omicidio. È un riflesso quasi pavloviano: se lo dice la leader del centrodestra italiano, allora va respinto, ridimensionato, neutralizzato.
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Eppure la questione è più grande delle rivalità tra governi. Se in Europa si torna a morire per appartenenza politica, se l’estremismo – di qualunque colore – torna a colpire con spranghe e pestaggi, la risposta non può essere il silenzio imbarazzato o la difesa d’ufficio dei propri alleati. Serve una condanna netta, senza “ma”, senza distinguo, senza calcoli.
Macron farebbe meglio a concentrarsi su questo. Sulla violenza che attraversa il suo Paese, sulle responsabilità politiche che emergono dalle indagini, sul clima che ha permesso a certi gruppi di agire con tale brutalità. Invece di trasformare una dichiarazione di principio in un incidente diplomatico.
Perché la vera domanda non è perché Meloni abbia parlato. La vera domanda è perché, di fronte a un omicidio politico, qualcuno pensi che il problema sia chi lo condanna.
Franco Lodige, 19 febbraio 2026
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